giovedì 11 novembre 2010

E-book: siamo già al colore?

Aspettavo con ansia gli speciali schermi (con tecnologia simile agli LCD ma molto meno assetati di energia) della PixelQi: pare che li vedremo sul prossimo Kindle, ragione già buona per raffreddare i miei entusiasmi (non amo Amazon, non amo i DRM).
Ma poi arriva questo, uno schermo E-Ink a colori grazie al perfezionamento degli attuali schermi non retroilluminati.
Quindi siamo già arrivati all'ebook a colori. Sarà poi vero?

mercoledì 10 novembre 2010

Il Labirinto del Fauno

Un film spagnolo, e un fantasy che non è un fantasy, a quanto pare. Guillermo del Toro ha detto più volte di non essere molto entusiasta riguardo al genere. Esplicitamente: dichiarazioni come "non mi piacciono gli omini coi piedi pelosi e i draghi..." (strano, per uno che avrebbe dovuto dirigere Lo Hobbit).
Tuttavia in questo film il regista ha fatto ricorso al mondo delle favole per spiegare il percorso di ribellione di una ragazzina, e il risultato è un mondo fantastico che, sebbene sia evidente che esiste solo nella mente della giovanissima Ofelia (Ivana Baquero), riesce a sorprendere, impaurire e accattivare al tempo stesso.

Il Labirinto del Fauno (traduzione semplice e ineccepibile una volta tanto, ma in inglese è diventato il Labirinto di Pan) si svolge nella Spagna del 1944 governata da Franco, nel periodo in cui la guerriglia manteneva ancora un piede in qualche zona rurale e veniva soffocata poco a poco dalla milizia nazionalista. Se vogliamo aprire una brevissima nota storica: Franco emerse come capo in un gruppo di leader militari che nel 1936 si ribellarono a un governo democratico portandosi dietro la massa dell'esercito regolare; dopo un periodo di incertezza prese decisamente il sopravvento e nel 1939 soffocò il governo repubblicano. La Spagna tornò alla democrazia solo dopo la morte di Franco.

Questo è il vero tema di cui vuole parlarci il regista. La storia si svolge attorno a un piccolo avamposto tenuto dalla milizia franchista, un manipolo relativamente modesto ma comandato da un uomo crudele e dalla volontà di ferro: il capitano Vidal (Sergi Lopez). E' un cattivo da favola, rigido e odioso come più non si potrebbe; però come personaggio, visto il contesto, non è irrealistico.
I suoi avversari sono i guerriglieri, che vengono dipinti come i buoni della storia.
Questa è ovviamente una visione politica del regista. Se volete prendere due piccioni con una fava, acquistando Omaggio alla Catalogna di George Orwell combinerete un'ottima lettura con una visione un po' più sobria su come andassero le cose nella fazione repubblicana.

Attorno alla lotta fra Vidal e i guerriglieri vi sono diversi personaggi: Carmen, moglie di Vidal e madre di Ofelia, incinta, malata e stanca. Si capisce subito che Vidal tollera la poco disciplinata Ofelia, che non è figlia sua, solo perché Carmen sta per dargli un erede (che egli vuole maschio); anche nei confronti dei notabili della zona, che ovviamente rispettano Vidal, Carmen e Ofelia sono mostrate in difficoltà e in inferiorità. Mercedes, la domestica, è sorella di uno dei guerriglieri, e li aiuta come può. Anche il Dottor Ferreiro collabora segretamente con i ribelli, prestando loro le cure mediche.

In questo ambiente terribile Ofelia, una bambina che si trova ad affrontare un universo di odio, fantastica sull'incontro con un Satiro che le parla un mondo incantato, di cui lei è la principessa e in cui potrebbe ritornare. Le prove che Ofelia deve superare sono impressionanti come le creature che incontra: queste sono state create con grande perizia, facendo risaltare tutto l'orrido e lo spaventoso che ci può essere nell'universo della fiaba (l'Uomo Pallido decisamente è il mio preferito). Lo stesso Satiro è una figura tutt'altro che compassionevole e a suo modo sinistra. A parte i riferimenti mitologici e i richiami alle figure della tradizione pagana (Pan, il mondo sotterraneo degli dèi inferi, ecc...) il tema portante è l'anima ribelle di Ofelia che crea la propria realtà alternativa a un mondo insopportabile, e alla decisione, che sviluppa in questa realtà, di disobbedire sia a Vidal, sia a sua madre che la voleva acquiescente di fronte a un mondo dove la realtà è crudele ed è inutile illudersi con le favole.

Il film non è facilmente interpretabile con una banale categoria, comunque. E non ha il semplice e lineare lieto fine che ci si potrebbe aspettare da una storia del genere. (Attenzione, saltate al paragrafo successivo se non volete leggere particolari della trama). Ofelia non è premiata per il coraggio di continuare le sue prove, il Satiro non è un personaggio benevolo, il successo arriverà solo in un'illusione mentre la ragazza è in agonia, e sebbene i ribelli colgono la vittoria su Vidal, lo spettatore sa (se conosce un po' la storia, beninteso) che sono condannati ad essere sconfitti.

Punti forti di questo film sono le grandi interpretazioni degli attori (soprattutto la Baquero, ma non solo) e l'ottima resa del mondo fantastico, ottenuta con un budget non astronomico. Storia e finale lasciano dei dubbi e sono aperti all'interpretazione, e non è detto che sia una cattiva cosa. Soprattutto, nella crudezza della storia che narra, anche se c'è una ragazzina come protagonista è un fantasy decisamente adulto (se lo vogliamo vedere come fantasy, sperando... di non offendere il regista). Di questi tempi non è qualità da poco.

domenica 7 novembre 2010

La triste fine di Alatriste?

Ok, non ha molto a che vedere con il fantastico perché si tratta di un personaggio inserito in romanzi storici. Io non ne ho letto nemmeno uno, diciamo la verità, però ho visto il film, e nonostante ci siano delle pecche di regia molto evidenti, con il tentativo di seguire troppe vicende comprimendole in una maniera da risultare comprensibili solo a chi conosce i libri, Alatriste è nella mia short list dei film migliori. E dei libri che devo decidermi a leggere.

Non posso che essere sorpreso, negativamente, alla notizia che Pérez-Reverte lancia un nuovo personaggio, una eroina dal nome di Lolita, in una nuova storia (o una nuova saga?) ambientata antorno ai primi dell'ottocento. Spero bene che non avremo il solito personaggio di plastica, la solita donna finta trapiantata dalle pagine delle riviste tipo Cosmopolitan in un'epoca non sua. Con quel nome poi...
L'autore dichiara sul Corriere che non sarà un'eroina femminista perché sarebbe assurdo per i tempi (meno male...) ma una donna istruita e che ha viaggiato, come ce n'erano nell'epoca che prende in considerazione. Quindi le intenzioni non sarebbero malvagie. Vedremo il risultato...

lunedì 1 novembre 2010

Ad Astra

Il mio semi-omonimo Bruno Faidutti è un mostro sacro dei giochi da tavolo. Vive in Francia (mi chiedo se sarà davvero francese al 100%, visto il cognome che porta) e ha pubblicato parecchi successi ludici.
Questo Ad Astra (progettato assieme a Serge Laget) potrebbe essere uno dei migliori. Si tratta di un gioco che come ambientazione ha la conquista dello spazio, con un sistema di scarsa interazione tra i giocatori (in realtà interagiscono eccome, ma in maniera piuttosto raffinata, quindi non avremo guerra in questo gioco).

Il gioco è molto semplice: si parte da un sistema madre con un pianeta e un'astronave a testa. Il pianeta produce una delle risosrse che formano uno dei componenti fondamentali del gioco: si tratta di energia, acqua, cibo e tre diversi minerali. Con questi si fa tutto: si muovono le astronavi e si costruiscono tutte le strutture contemplate dal gioco (le astronavi stesse più colonie, fabbriche e terraformatori); inoltre le risorse possono essere commerciate. Le astronavi esplorano lo spazio permettendo di sfruttare le risorse dei vari pianeti e di iniziarne la colonizzazione. Esistono anche mondi già abitati dagli alieni: risorse non ne danno, ma permettono al giocatore di pescare una carta da un mazzo particolare: carta che attribuisce un potere speciale.

Questo meccanismo in effetti semplice viene complicato dalla maniera in cui si compone il turno di gioco: ovvero con delle carte che tutti i giocatori hanno e che dispongono su un tracciato dove verranno pescate seguendo un certo ordine: le carte indicano delle fasi valide per tutti i giocatori. Le fasi determinano tutte le attività: permettono il movimento, ma solo verso certi tipi di sistemi stellari. Consentono di raggranellare punti vittoria, ma solo per certi obiettivi raggiunti e non per altri. Permettono di raccogliere le risorse ma in un'alternativa fra due tipi: ne va scelto uno solo.
Insomma, ogni giocatore cerca di introdurre nel turno le attività che fanno più comodo a lui e meno agli altri, e nello sviluppare la propria strategia dovrà scegliere quando "andare a rimorchio" di scelte che altri hanno fatto (in modo che le carte di quel giocatore forniranno possibilità anche a lui, visto che sta facendo qualche cosa di simile) e quando cercare di sviluppare un tipo di attività o di struttura che gli altri (almeno per il momento) non hanno.

Questo gioco come tanti "eurogames" simili ha il classico tracciato dei punti di vittoria. Il sistema con cui si ottengono i punti, come ho accennato sopra, è abbastanza insolito. Nelle carte di "scoring" (di punteggio) c'è da scegliere cosa premiare, e bisogna usare tutte le proprie carte di scoring prima di rigiocare la stessa carta per una seconda volta.
Quindi si rischia spesso e volentieri di far riscuotere punteggio ai nostri opponenti: queste carte bisogna giocarle con molta strategia.

Come avrete compreso dalla mia scarna descrizione, Ad Astra impone di ponderare bene le proprie scelte perché esse aprono delle possibilità non solo a noi ma anche ai nostri competitori. Esiste qualche fattore che dà troppo peso alla fortuna (certe carte che si pescano esplorando i mondi alieni) ma fin da subito viene offerta ai giocatori la possibilità di eliminarle.
Tutto sommato un gioco molto elegante, facile da imparare e complesso da giocare, abbastanza rapido nell'esecuzione, avvincente e impegnativo. Nonostante la relativa semplicità non lo consiglierei a dei bambini piccoli.
Ad Astra ha vinto un premio a Lucca Games (non l'edizione che si chiude adesso, ma quella dell'anno scorso ovvero il 2009) ed è tradotto in italiano dalla Nexus.

lunedì 25 ottobre 2010

Conan il Barbaro


Non sono uno che si sbilancia con le classifiche e se mi si domanda, ad esempio, qual è il libro fantasy che mi è piaciuto di più, tenderò certamente ad elencarne un certo numero mettendoli più o meno allo stesso livello. Per quanto riguarda il cinema, invece, mi permetto di dare un parere deciso per quanto sempre personalissimo. C'è un film fantasy che a mio parere rimane ancora ineguagliato e può tranquillamente mantenersi sul gradino più alto del podio, anche se prodotto in un'epoca in cui gli effetti speciali erano ridotti all'osso. Parlo di Conan il Barbaro, del lontano 1982. La produzione di De Laurentiis ebbe il coraggio di creare qualcosa di decisamente insolito, mettendo insieme un grande regista (John Milius, proprio quello che ci vuole per una storia di questo genere) che scrisse anche la sceneggiatura, collaborando con il non ancora celebre Oliver Stone, mezzi adeguati per quello che si poteva fare all'epoca, e attori per lo più non (ancora) famosi né eccezionali come doti recitative, ma che si dimostrarono adeguati per i loro ruoli. Da notare che si investì anche su una colonna sonora d'eccezione, creata da un'orchestra, laddove si sarebbe potuto riciclare qualche brano di musica medievale e di musica classica spendendo poco o niente.

Il film non è fedelissimo ai racconti su Conan scritti da Robert Howard, e forse nemmeno allo spirito del personaggio, sotto certi aspetti: sposa un'estetica alla Frank Frazetta con una storia aspra, dura ed essenziale. E' un film che unisce la sword and sorcery alla storia epica: parte dalla distruzione del villaggio di Conan bambino ad opera degli uomini di Thulsa Doom, stregone e avventuriero che cerca il segreto dei produttori dell'acciaio, segue la crescita di Conan giovane schiavo e gladiatore in un mondo di pura lotta per la sopravvivenza, e quando il nostro eroe si guadagna la libertà arriva la lotta per vendicarsi di Thulsa Doom, lotta in cui Conan perderà la donna che ama (Valeria, interpretata da Sandahl Bergman) ma arriverà finalmente a farsi giustizia.

Conan il Barbaro basa parte del suo richiamo sul contrasto fra la forza vitale della barbarie e la corruzione decadente della civiltà, incarnata nelle città in cui Conan vive i suoi vizi e trova i templi dei suoi nemici, e soprattutto impersonata dal sofisticato Thulsa Doom, che comanda un culto di adepti fanatici pur mantenendo il proprio compassato cinismo. Per contrasto Conan sa a malapena che il suo è Crom, il dio delle montagne, che non ascolta le invocazioni. Il discorso con l'amico Subotai, fedele di un dio del cielo che sostiene essere "più importante" del dio di Conan perché il cielo sta sopra le montagne, è tutta la teologia di cui Conan è capace: l'unica volta in cui chiederà a Crom di aiutarlo (non in nome della giustizia ma in nome del coraggio), lo manderà contemporaneamente a quel paese. Conan si batte per sopravvivere sempre e comunque, quando è schiavo e gira la ruota di una macina, quando deve battersi alla morte per il divertimento altrui, quando è crocifisso senza speranze ma trova la forza di difendersi dagli avvoltoi con i denti, senza altro scopo che morire una mezz'ora dopo (ma ovviamente viene salvato). La sua è una vitalità ostinata spinta dalla voglia di farcela ad ogni costo ed estranea a qualsiasi morale, così come totalmente immorale è la ricerca del potere da parte di Thulsa Doom.

Il risultato è un fantasy forse unico, lontanissimo da certe melensaggini dei giorni nostri, essenziale, duro e violento, pensato assolutamente per un pubblico adulto, anche se in seguito le scene di nudo sono state almeno parzialmente censurate. Già il successivo Conan il Distruttore non era più così, nel tentativo di raggiungere un pubblico più vasto.
Una storia come quella di Conan il Barbaro non ha bisogno di grandi istrioni, se non forse il corrotto e decadente Thulsa Doom, interpretato perfettamente da James Earl Jones (voce di Darth Vader in Guerre Stellari). Sandahl Bergman, Gerry Lopez (l'arciere Subotai) e Arnold Schwarzenegger hanno fornito interpretazioni semplici e a volte non molto espressive, ma adatte a un'ambientazione dove la violenza è la norma. Certe scene parlano da sole e non hanno bisogno di grandi attori, come il lento defluire dei fedeli che gettano le torce nell'acqua e se ne vanno alla morte di Thulsa Doom, o lo sterminio del villaggio di Conan, o le orge guidate dalla follia religiosa nei templi del culto del serpente.

Pertanto non mi interessano molto le critiche di chi dice che mancano le grandi interpretazioni in questo film: gli attori, compreso il palestrato e (nonostante il successo) molto deriso Schwarzenegger, vanno benissimo per quello che devono fare. Una tematica più delicata può essere quella dell'ideologia di forza e violenza che predomina (non per niente è un film di John Milius): ma è un film fantasy e nel contesto le cose vanno benissimo così. In questa ideologia truculenta il film si prende terribilmente sul serio senza alcuna autoironia, è vero, ma anche questa critica secondo me non è molto efficace perché Conan il Barbaro non mi pare che arrivi ad essere "involontariamente comico" nelle sue esagerazioni, per quanto le espressioni di Schwarzenegger spesso vadano troppo sopra le righe. Forse questo difetto appare con il seguito, che comunque è un film decisamente mediocre.

Alcuni effetti speciali scabrosamente brutti se rivisti ai giorni nostri: gli spiriti che cercano di portarsi via Conan (nel rituale magico in cui Valeria si vota alla morte pur di salvarlo), qualche masso e colonne di polistirolo che cadono nelle scene di distruzione, qualche effetto da film "peplum", come la lotta di Conan con il serpente di plastica che è evidentemente un pupazzone inanimato. Certo, sono passati tanti anni, oggi certe cose le vorremmo vedere fatte meglio.
Ma Conan resta il primo dei film fantasy.

Per una recensione di Conan molto migliore della mia, seguite questo link.

mercoledì 20 ottobre 2010

Il Risveglio dei Draghi

Un libro della Editrice Nord che ho recensito per Fantasy Magazine, è il secondo di una trilogia ma, a parte qualche accenno qua e là a fatti evidentemente raccontati in precedenza, si può tranquillamente leggere perché la storia è una ripetizione della classica storia fantasy (spoiler): il male si risveglia da un lungo sonno, tesse la sua tela di intrighi, cerca terribili alleati per poter portare avanti la sua malvagia opera di distruzione, ma i buoni reagiscono: ci sono alcuni predestinati che si sottoporranno a una prova, faranno ai cattivi un mazzo così, e comincerà una nuova era.

Insomma se siete appassionati di fantasy con qualche anno di militanza alle spalle Il Risveglio dei Draghi sarà come se lo aveste letto cento volte. Detto ciò, se una storia non dà niente di nuovo sul fronte di che cosa dice, forse si può rivalere su come lo dice: il libro è scritto bene, qua e là simpatico, tra i protagonisti una dragonessa (che in effetti è una ragazza che può trasformarsi in drago) simpatica e lontana dalla prevedibile Mary Sue che ti rifilano quasi sempre le scrittrici, e qualche altro personaggio divertente. Non manca un tocco di lieve ironia da parte dell'autrice in molte scene, ci sono draghi di ogni razza e colore dappertutto, e una bella ambientazione con la sua complessa cosmogonia di divinità buone e cattive.

Beninteso io non sono per questo tipo di fantasy (e non è comunque fantasy per adulti), ma la storiella è simpatica e scorrevole e vi potrebbe andar bene per un paio di giorni di relax, tipo sotto l'ombrellone (anche se non è proprio la stagione...). L'autrice è una scrittrice e giornalista austriaca (Julia Conrad, ma è uno pseudonimo) che ha già al suo attivo altri libri per bambini e ragazzi.