lunedì 1 settembre 2008

Le parole immaginarie


Scrivendo fantasy, qual è il migliore linguaggio da usare?
Il quesito me lo sono già posto su questo blog, e ne hanno parlato altri, qui e altrove. Per me una pulce nell'orecchio.
Parto dal chiarire che: il sottoscritto ha una sua precisa idea in merito, ma non ritiene che sul tema si possano lanciare dottrine sostenute da qualche Verbo assoluto. In altre parole, per quanto si possa fervidamente desiderare altrimenti, bisogna rassegnarsi al fatto che questo è uno dei tanti campi in cui la soggettività e il gusto personale dominano.

La verbosità aulica discende da certe atmosfere tolkieniane e soprattutto dalla tendenza a preferire l'uso di parole difficili: particolarmente diffusa (almeno qui in Italia) tra quelli che scrivono male ma s'illudono diversamente. Uso che non significa saper scrivere in toni aulici, peraltro, né saper scrivere tout court. Credo che sia uno stile da lasciare ai pochi che veramente lo sanno usare: e a mio parere spesso genera solo noia anche in quel caso. Ovviamente non intendo sparare a zero su questo modo di esprimersi, Tolkien è comunque Tolkien e ad ogni modo non è sempre pesantemente aulico, ma non nego che anch'io qualche brano del grande maestro lo trovo un po' stancante, tutto sommato.

Il linguaggio moderno mi sconcerta, quando viene usato per il fantasy. Si può giustificare dicendo che la storia viene da un mondo immaginario, mettiamo dal Magico Mondo di X, ed è stato necessario tradurla, quindi non facciamoci menate e usiamo la nostra lingua. Ma mi domando, al di là di quello che si può dire per sostenere la legittimità di una simile scelta, dove vada l'immedesimazione del lettore, soprattutto nel caso in cui il lettore subisca una doppia violenza, quella di uno stile colloquiale attuale unita agli anacronismi, quando il mondo oggetto della narrazione è il classico mondo simil-medievale o comunque arcaico. In molti autori recenti si trova questo uso di termini che presuppongono una conoscenza di concetti moderni. Cosa ci si guadagna a spezzare ogni sospensione d'incredulità con un linguaggio incompatibile con la materia narrata? Chiaramente, possono esistere difficoltà che forse giustificano l'uso di termini poco appropriati, ma in linea di massima, se non sto leggendo un urban fantasy alla Luk'janenko, ambientato in tempi moderni, gli anacronismi non li voglio, grazie. Lo stesso valga per i colloqui resi in toni gergali che potrei sentire pari pari per strada oggi in Italia.

La coerenza ad ogni costo con l'ambientazione può dare buoni risultati nel creare un'immersione in un mondo fantastico, purché non imponga un eccessivo sforzo al lettore per immedesimarsi in quest'ambientazione.
A mio parere l'autore dovrebbe sempre inventarsi la propria ambientazione anziché prendere il mondo di D&D e rimaneggiarlo un po', o imitare malamente Tolkien, o ispirarsi (addirittura) ai videogame. Farebbe meglio a lavorare un po' di più per dar forma a un proprio mondo immaginario, almeno fino al punto da muoversi senza troppa fatica all'interno della propria creazione. Così potrà evitare di fare errori banali e avrà, implicitamente, un ambiente che lo circonda e che aspetta solo di essere descritto, quando necessario.
Il problema è che non sempre è giusto e opportuno ingozzare il lettore con l'ambientazione. L'iceberg ci deve essere tutto, ma di solito il lettore deve vederne solo la punta: perciò l'uso di una terminologia e di un linguaggio adatti all'ambientazione resta un obiettivo a cui si deve tendere, ma con la capacità di farlo con leggerezza, e rinunciare alle esagerazioni. Pochi tratti potrebbero essere sufficienti a far capire che ci troviamo in un ambiente alieno. Per passare a un esempio di fantascienza anziché fantasy, pensate a come Frank Herbert ha caratterizzato i Fremen di Dune, facendo girare i loro ragionamenti e i loro concetti intorno all'acqua (bene inestimabile per quel popolo). Non è indispensabile inventare parecchi termini nuovi o esprimersi in maniera oscura... Anche se ci sono autori a cui piace farlo. Soprattutto bisogna dare il giusto spazio alla storia, all'idea da raccontare.

Centomila casi controversi sulla modernità delle parole e dei mondi.
C'è una gran quantità di termini moderni nel Nome del Vento di Rothfuss. Si tratta di un libro in cui il protagonista diventa allievo in un'accademia di magia, dove di conoscenze scientifiche ne girano, e parecchie. Certi concetti evoluti ci possono stare. Mi ha comunque lasciato perplesso, ma non mi ha rovinato il godimento del libro.

Cosa fare se si desidera usare termini gergali? Ce li si inventa? E in tal caso come li si traduce per il lettore, si mette una nota a pié pagina? Oppure si usa il dialetto del proprio paese o città, o magari i modi di dire dei propri amici? Il mio modesto suggerimento: dare l'impressione usando una parlata non perfettamente corretta, rinunciando ad ardite creazioni linguistiche o ad anacronismi che gridano vendetta al cielo.

Termini che richiamano il nostro mondo in maniera inevitabile e non hanno semplici sostituti pongono sempre un grosso problema. Per esempio, un suolo carsico in un mondo immaginario stona perché il Carso è un luogo ben definito della nostra Terra. Meglio cambiar parola e far diventare il nostro terreno arido, anche se non ha lo stesso significato? O ce ne freghiamo e lo facciamo rimanere carsico, perché stiamo scrivendo per i nostri lettori terrestri? Un dilemma simile che ho trovato in giro per la rete: i termini sadismo e masochismo derivano entrambi da nomi di persone. Se racconto di un mostro (collocato in un mondo fantastico) che gode del dolore altrui, e mi sfugge una definizione di sadico ci può stare? O al contrario il richiamo al Marchese de Sade fa cascare il fondale di cartapesta e distrugge l'ambientazione? E se è così, che sostituto adopero? L'unica è fare un lungo giro di parole. Così poi, per chiudere il cerchio, magari il lettore commenta: ma non poteva semplicemente usare la parola sadico?

Nel mio mai pubblicato capolavoro Magia e Sangue, un gentile lettore che ha fatto la cortesia di sorbirselo mi ha rimproverato l'uso della parola sbirro. E' una storia dove parecchia gente ce l'ha con gli sbirri, perciò mi sono preoccupato: ho sbagliato termine? Da una parte le verifiche mi hanno rassicurato: la parola sbirro è di origine medievale e quindi in un mondo medievaleggiante ci può stare (la mia ambientazione non è proprio così, però non ha tecnologia evoluta, almeno non apparentemente). Ma ho scoperto di aver sbagliato qualcosa, comunque: il significato dispregiativo della parola è piuttosto moderno, perciò anacronistico, se vogliamo. Cosa devo fare? Per adesso, la parola non l'ho cambiata. Magari un giorno lo farò.
Ci si potrebbe porre un'altra domanda: se ai lettori sembra anacronistica una parola che non lo è, chi ha ragione? O meglio, all'autore a cosa serve in tal caso avere ragione?

Se mi avete seguito in queste riflessioni e scoprite di avere le idee meno chiare di prima, vuol dire che potete concordare con me su una cosa: l'uso del linguaggio nel fantastico è un problema complesso, e secondo me non riducibile a quattro regolette facili da usare.

sabato 23 agosto 2008

I Guardiani del Crepuscolo

Il terzo capitolo della saga di Sergej Luk'janenko l'ho letto d'un fiato. Come i due precedenti, questa è una storia divisa in tre racconti collegati fra loro, e come al solito si tratta di una nuova lotta che coinvolge le forze della Luce e delle Tenebre, nonché quell'Inquisizione che le controlla entrambe. Compare un po' un fattore che provoca spesso la stanchezza, tipico delle serie che si prolungano: l'eccesso di drammaticità, quel dover salvare il mondo ogni cinque minuti che alla fine fa sbadigliare il lettore (o lo spettatore, quando parliamo di serie televisive). Questo logorio comincia a disturbare la storia dei Guardiani del Crepuscolo, ma c'è, come al solito, tutta una ricchezza di elementi dei più disparati a tener desta l'attenzione (ma fate anche attenzione... a qualche SPOILER).

Innanzitutto, Luk'janenko fornisce ulteriori elementi fantastici che vanno a complicare la sua ambientazione, in particolare sulla natura degli Altri, i personaggi "speciali" che animano le sue trame muovendosi in mezzo a un mondo inconsapevole di persone normali. Lo fa in maniera non banale facendo trovare questi elementi nuovi in un curioso antico libro di streghe, inserendoli nella maniera giusta per suscitare ancora di più il dubbio e lo scoraggiamento di Anton (il protagonista) verso il suo ruolo di Guardiano della Luce, e per creare la sorpresa finale che farà fallire il piano eccezionale di un vampiro ribelle. In secondo luogo, viene ripreso e sviluppato il personaggio di questo giovane vampiro "vicino di casa" di Anton, quel Kostja che qui assume un ruolo di primo piano: anche per lui un bel tratteggio e una bella introspezione psicologica, ottimo lavoro da parte dell'autore.
A me personalmente interessano anche le riflessioni sulla Russia passata e presente che Luk'janenko trova modo di infilare qua e là nella storia.
Un altro degli elementi interessanti, la caccia a un libro magico e alla strega che lo custodisce, mi è molto piaciuto anche per la mescolanza di storia e fantastoria (il "vero significato" dell'esperimento comunista!) con il folklore russo.

D'altra parte la necessità della trama che impone a Luce e Tenebre di collaborare è sia una novità sia un aspetto un po' deludente, dopo le fiere lotte dei primi due libri. Ma fa parte del disvelamento di quel gioco degli equilibri tra le due Guardie, una realtà che sprofonda gli Altri in una luce di cinismo e che fa ripetutamente dire ai personaggi che in fondo Luce e Tenebre sono la stessa cosa. Peccato, mi divertivo più prima, ma che possiamo farci.

Anton sposato e padre lo vedo un po' in contrasto con il personaggio pessimista e moralmente combattuto che pur sempre rimane: anche qui riprende un po' le tematiche dei primi due libri, però proprio in questa storia il nostro protagonista crescerà sia come personalità che come forza.

In conclusione, la trama di questo libro lascia un'immagine molto offuscata degli Altri, e sminuisce le differenze fra le due Guardie. Anton viene convinto a rimanere ma solo nella speranza di una miracolosa occasione per combinare veramente qualcosa di buono, che faccia la differenza... Avrà questa occasione nel quarto libro?

sabato 16 agosto 2008

(Off topic) Volevo solo Vendere la Pizza


Questo libro fa parte di quel fortunato filone della denuncia all'italiana. Quel rumoroso e indignato puntare il dito che rimane un grande sport nazionale, una delle leve che portano in piazza migliaia di persone, rendono famosi i blog, fanno vendere i libri: basta strillare forte, insultare, credersi e farsi credere puri come Savonarola. E' un ottimo modo per passare il tempo, mettersi la coscienza a posto e sincerarsi che poi alla fine non cambi niente.

In questo caso si punta il dito contro il delirio della legge e della burocrazia italiana, che impediscono a un onesto povero cristo di trasformarsi in imprenditore. Sia detto per inciso, speravo di divertirmi anche se non apprezzo questo genere, e qualche risata in fondo l'ho fatta, ma questo libro vale ben poco.

In Volevo solo Vendere la Pizza (di Luigi Furini, edito da Garzanti) si racconta delle peripezie che toccano a chi cerca di avviare una piccola impresa, una pizzeria d'asporto: seguendo le regole e facendo i bravi. Come è facile prevedere, ci saranno enormi difficoltà a mettersi a posto con i vari uffici preposti a igiene e sicurezza, ad essere in regola con la legge 626 (quella che obbliga ad avere una formazione e qualche mezzo disponibile per emergenze sanitarie e antincendio), e presto cominceranno i guai con i sindacati, la legge e compagnia bella.

Certe difficoltà sono evidentemente una rottura di scatole gratuita dovuta ad una burocrazia disorganizzata che non ha saputo crescere ai ritmi di un paese moderno. Ma in altri casi, come nella scena in cui i poveri imprenditori che devono istruirsi sulla 626 si inferociscono di fronte alla tracotanza del docente che si è fatto pagare un pacco di soldi, o come quando il nostro imprenditore in erba si fa fregare dai suoi dipendenti che sfruttano ogni furbizia legale aiutati da sindacalisti pervertiti, il protagonista che da ex maoista ha voluto improvvisarsi commerciante mi sembra semplicemente quello che è: uno sprovveduto che ha cercato di mettere in piedi un qualcosa che in piedi semplicemente non può stare, un piccolo esercizio dove ti prendi il lusso di non esserci di persona. Stessa impressione me l'ha data un amico (imprenditore sul serio), a cui ho fatto leggere il libro. Così è: Volevo solo Vendere la Pizza è fondamentalmente un libro scorretto che adotta un punto di vista di comodo.

La prefazione di Marco Travaglio è illuminante:

Questo libro potrebbe intitolarsi tranquillamente, parafrasando Totò, "Poi dice che uno si butta a destra"


e in effetti il libro a destra ci si butta davvero parecchio, attaccando frontalmente welfare, diritti dei lavoratori, sindacato ecc... (non che siano senza peccato queste istituzioni, comunque). Il nostro Travaglio continua dicendo che:

E' capitato solo a lui oppure è così per tutti? Dall'INPS di Roma rispondono che nel 2003, su venti milioni di lavoratori assicurati, sono stati presentati dodici milioni di certificati medici per complessive sessanta milioni di giornate lavorative perdute. Non è sfiga, è il sistema.


Ricordiamoci che, nonostante abbia trovato il proprio pane quotidiano negli attacchi contro Berlusconi, Travaglio è di formazione liberista. Liberista spinta, sembrerebbe qui, con un disinvolto e scorretto uso della statistica.
Se a un tizio capita una normale influenza, di quelle che lo tengono a letto per una settimana, colleziona già cinque giornate di assenza, se ha la fortuna di non lavorare anche il sabato. Magari poi il datore di lavoro pretende che uno si presenti in ufficio con la febbre a 38, ma in una situazione in cui esistono dei diritti minimi è abbastanza normale che un lavoratore per nulla assenteista o cialtrone faccia 5 giorni di assenza in un anno, visto che l'influenza è un male stagionale che mette a letto la maggior parte delle persone. Senza contare che esistono anche altre malattie che portano a compilare questi milioni di certificati medici.
Pertanto se i dati statistici allegramente sbattuti in faccia così, contando sullo shock dei numeri grossi e tirando fuori una parolona come il sistema, fossero dati reali, bisognerebbe riconoscere che con sole tre giornate di assenza media a testa (60 milioni di giornate diviso 20 milioni di soggetti) i lavoratori italiani sono un popolo di coscienziosi stakanovisti. Altro che traditori figli di puttana come vengono raffigurati in questo libro.
Ve n'eravate accorti? Beh, quando siete alle prese con la denuncia all'italiana, imparate a verificare sempre e a passare i concetti che vi rifilano al vaglio della vostra razionalità: vedrete che perderete presto la voglia di appassionarvi a questo genere e magari vi risparmierete qualche V-day.
E con questo, prometto che non tornerò a parlare di politica su questo blog per un bel pezzo. Se qualcuno nella canicola d'agosto mi leggesse e avesse voglia di commentare questa mia uscita, lo prego di evitare i toni della denuncia all'italiana e della polemica offensiva, che impediscono inevitabilmente alla discussione di raggiungere qualsiasi utilità.

giovedì 14 agosto 2008

Batman Begins, rivisto

Mentre il Cavaliere Oscuro ha fatto gridare tutti al miracolo e al "nuovo standard di eccellenza" cui i film di supereroi dovranno guardare, non il medesimo successo aveva riscosso la precedente pellicola, Batman Begins: a dire la verità di successo ne ha avuto, ma non ha fatto gridare al capolavoro.
In questo film il regista è sempre Christopher Nolan, Batman è sempre interpretato da Christian Bale, e gli aspetti della rinnovata serie di Batman erano già presenti. Ad esempio, la complessità dei personaggi, i toni più cupi nonostante la città sia mostrata in maniera meno gotica e più moderna, il tormento interiore del Cavaliere Oscuro (che rimane però fedele alla propria via), il terrore come tema principe della trama. E c'era perfino una valida colonna sonora.
Non sono un seguace particolarmente accanito delle avventure dei supereroi, ma la domanda me la sono posta. Per quale motivo Batman Begins non ha avuto il medesimo successo?
Alcuni elementi che sono stati criticati da altri non mi vedono così deciso. Ad esempio il ruolo di Katie Holmes non lo vedo così male interpretato. Particolari magari troppo ingenuamente fumettosi come la ferrovia sopraelevata non mi sono sembrati così importanti.
La rabbia e la voglia di vendetta di Bruce Wayne, insomma la genesi di Batman, sono narrate bene. O meglio, lo sarebbero, purtroppo però tutta la parte dell'istruzione marziale e spirituale presso la scuola di ninja mi pare un po' una di quelle cavolate orientaleggianti la cui profondità è solo una facciata di cartapesta. E il personaggio interpretato da Liam Neeson come purificatore estremo non ha nemmeno una frazione dello spessore che ha il Joker nel Cavaliere Oscuro. Neeson qui non è all'altezza di Heath Ledger come capacità di recitazione, e il suo doppio ruolo come mentore di Bruce (nella parte di film dedicata alla Setta delle Ombre), e come cattivo con un piano omicida per motivi "morali" sta poco in piedi e ne fa, paradossalmente, un personaggio molto più da cartoon che non il folle Joker del film più recente, con le sue pazzie da psicopatico che, grazie a una grande interpretazione, si pongono quasi come una presa di posizione ironicamente filosofica.
Quindi un primo fattore che differenzia i due film è la validità dell'antagonista. Un altro, sicuramente a vantaggio del Cavaliere Oscuro, è il co-protagonista Harvey Dent, l'uomo che rappresenta il volto pulito della giustizia, e che a volte oscura Batman stesso. Il tema della paura sparsa su Gotham fa parte di entrambe le pellicole, ma reso ad un livello estremo (e difficilmente superabile) nella seconda.
Attori e ruoli, trama, spinta emotiva. Questi un po' gli svantaggi di Batman Begins nel confronto. Ma c'è da dire un'altra cosa: il Cavaliere Oscuro è un film superiore, ma è davvero un film sui supereroi al cento per cento? A volte sembra più un film d'azione. Se davvero sarà questa la pietra di paragone, vuol dire che i supereroi dovranno abbandonare i loro tratti più fantasiosi e/o ridicoli, e diventare più realistici.

mercoledì 6 agosto 2008

Il Mastino della Guerra

... i corpi dei monaci e delle suore erano stati appesi alle mura, come un contadino potrebbe appendere il corpo di uno sciacallo per fare allontanare gli altri. Avevo visto molti esempi di questo macabro umorismo durante la Guerra, ed io stesso mi ero reso colpevole di simili atti: era come se si cercasse così di sfidare la propria coscienza, di sfidare l'occhio stesso di Dio che qualche volta sentivamo guardare con orrore ai nostri misfatti, annotando i nomi di tutti i partecipanti.


Questo libro di Michael Moorcock sembrerebbe, ma possibilmente è, ispirato alla celebre incisione di Albrecht Durer, Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, però il suo cavaliere non è certo senza macchia. La storia del Mastino della Guerra parte dalla Guerra dei Trent'anni nel paesaggio di una Germania devastata, dove le stragi e l'odio insensato hanno svuotato di ogni forma di vita vaste parti del territorio. Il nobile Graf von Bek, Capitano di Fanteria, ha combattuto come mercenario, finendo per praticare l'arte della guerra come uno stile di vita fine a se stesso, perdendo ogni remora morale e arrivando a compiere qualsiasi atrocità con la medesima selvaggia indifferenza tipica di tutti gli eserciti che attraversavano, giungendo da tutta Europa, questo campo di battaglia insanguinato dalle guerre di religione.
Opportunista, ma non contento di se stesso, disonorato ma non privo di un barlume di aspirazione al riscatto, il nobile si trova in una situazione senza uscita e costretto ad accettare un patto con lo stesso Lucifero. Da qui comincerà una missione che lo porterà nella "marca di mezzo," un territorio al di fuori delle comuni mappe, alle prese con avversari misteriosi e aiutato da improbabili alleati.
Il nostro Von Bek completerà una pericolosa Ricerca, ma il successo non sarà quello che poteva immaginare.
Uscito per l'Editrice Nord negli anni ottanta, questo libro sembra già una testimonianza di una letteratura fantastica tramontata da tanto tempo, sebbene il suo autore fosse stato esponente di quella che si era chiamata la "new wave" del fantasy.
Un fantasy che passa dalla realtà al racconto gotico sconfinando nel viaggio picaresco, con protagonisti che discutono di morale e filosofia con arguzia e prendono le proprie tragedie con sinistro umorismo, questo libro è scritto con maestria: un affresco che pare un film in costume, sottile e piacevole ma nello stesso tempo impregnato della durezza di epoche spietate.
Di difficile reperibilità, è per me una lettura recentissima. Posso dire che è una storia tutta da leggere, e al confronto con parecchie delle produzioni odierne, a mio modesto parere le sovrasta.

sabato 2 agosto 2008

La Lama del Dolore


Ho terminato di leggere la Lama del Dolore, scritto da Marco Davide per la Armando Curcio Editore, e non posso dire di averlo pienamente apprezzato. Quello che mi ha più sconcertato è la scelta stilistica, sicuramente compiuta consapevolmente, di parlare con un linguaggio molto moderno. Ora, anche in un gran libro come Il Nome del Vento avevo riscontrato qua e là un disinvolto uso di termini tecnici piuttosto evoluti (unità di misura, ad esempio...) ma qui abbiamo addirittura, per fare degli esempi, "una ventina di minuti" in un mondo che non sembra conoscere orologi da polso, "epidemie virali" laddove dire epidemie sarebbe bastato (ricordiamo che i virus sono una scoperta della medicina moderna), il termine "sparare" o "far fuoco" per l'uso di armi come la balestra, addirittura suggestioni motoristiche in frasi come "percepiva tuttavia la testa ancora fuori fase" e nella parola "capolinea" che già avevo trovato, ahimé, in un libro fantasy italiano. Anche i dialoghi spesso suonano decisamente moderni. Insomma non si tratta del termine anacronistico che può anche scappare, ma di una scelta stilistica ben precisa. Peccato che questa scelta m'abbia un po' ammazzato la sensazione di leggere un mondo fantasy.
Non credo comunque di essere l'arbitro del giusto e dello sbagliato, valuto secondo i miei gusti personali e quindi un lettore di queste righe potrebbe, per questi aspetti che ho sottolineato, decidere che La Lama del Dolore è proprio il libro che fa per lui: sarò ben contento di averlo aiutato a scegliere.

Un secondo aspetto spiacevole l'ho notato già in apertura... Il nano collerico Rugni, che non vuol cedere la sua ascia all'ingresso di una città ed è pronto a fare un macello per non separarsi dall'arma. Potenza di quel fantasy semi-tolkieniano standardizzato dai videogiochi e da D&D, il personaggio è quasi identico al nano del Sigillo del Vento, altra mia recente lettura. C'è addirittura chi si rallegra per il fatto che esista un mondo comune che tutti conoscono e che quindi non c'è nemmeno bisogno di descrivere: per la gioia di costoro, nella storia c'è pure un mezz'orco... ma io resto dell'idea che siccome il genere si chiama fantasy sarebbe meglio esercitarla un po' di più, la benedetta fantasia. Sono comunque abituato a non considerare come aspetto necessariamente negativo il "mondo comune" del fantasy moderno, perciò andiamo oltre.

La Lama del Dolore è una storia gotica, cupa, dove seguiamo le avventure di un personaggio coraggioso ma umorale e tormentato da un terribile passato, Lothar Basler. Lothar è abbastanza ben riuscito e delineato abilmente, talvolta seguendo i suoi pensieri ma più spesso con brevi accenni al suo comportamento o agli atteggiamenti, o nella relazione degli altri con lui. Lothar e l'amico Mutio sono i due personaggi che ricevono una netta caratterizzazione, gli altri sono fondamentalmente dei cliché.
Quanto alla trama, che qui in parte anticipo (e chi non vuole sapere, non prosegua ma salti al paragrafo successivo, dopo lo spazio), è abbastanza lineare, una serie di sfide con tanto di donzella in pericolo da soccorrere (in realtà è una donna sposata: la moglie di Mutio), e un gruppo di avventurieri che si forma spinto dalla necessità, poiché i cattivi li hanno presi di mira. Molti combattimenti descritti con abilità, una scorrevolezza ammirevole tranne qualche passo esageratamente descrittivo, e si arriva alla fine senza che fondamentalmente nulla sia risolto. Si scopre il nome del nemico, si viene a sapere che Lothar è un predestinato, un personaggio estremamente speciale. La rivelazione avviene per magia, durante uno scontro con il supercattivo Kurt, ma la risoluzione del conflitto è rimandata alla puntata successiva: un risultato positivo in realtà c'è, la salvezza della moglie di Mutio che doveva essere sacrificata.
La rivelazione di tutti i retroscena e delle intenzioni dei nemici per mezzo di una epifania magica a favore di Lothar pone praticamente fine ai tentativi di investigazione che abbiamo all'inizio, e regala il quadro della situazione in una maniera che mi è sembrata estremamente forzosa, ma se prendete questo libro come svago leggero non ve ne renderete nemmeno conto, perché il pretesto per un altro viaggio o un ulteriore duello mortale si trova sempre.

I cattivi sono così cattivi che di più non si può, e per giunta fanno pure schifo, perché un altro aspetto di questo libro è la commistione del fantasy con elementi horror. Commistione che, a mio parere, non può riuscire facilmente: dal momento che nel fantasy abbiamo eroi senza paura che sfidano mostri orrendi già come base di partenza, la suggestione orrorifica è già banalizzata e disinnescata da subito, perciò i mostri (peraltro decisamente allucinanti) con cui Lothar e compagni devono vedersela mi hanno turbato assai meno della scena in cui un gatto viene cotto e mangiato, la vera vetta di orrore di tutto il libro.

Cosa mi è piaciuto di questa Lama del Dolore? Innanzitutto la gradevole scorrevolezza: si tratta di 700 pagine (con un carattere un po' grande, ma son sempre tantissime) eppure il libro è un buon intrattenimento, nonostante qualche descrizione un po' barocca che fa venir voglia di saltare al paragrafo successivo. Lothar è un personaggio caratterizzato bene con il suo dolore e i suoi problemi, chiuso in se stesso, non fa il capogruppo anzi rimane spesso sulle sue, nonostante sia evidentemente il più dotato del manipolo di compagni. Gli scontri armati abbondano, ad essi è dedicato parecchio spazio, ma devo dire che mi hanno preso molto.
Nonostante i problemi di scelte stilistiche e di trama che ho sottolineato, posso dire che il libro si fa leggere piacevolmente: peccato per il prezzo, che è decisamente elevato.