domenica 21 marzo 2010

Meraviglie tecnologiche del 2010


A gennaio il dato della vendita degli ebook segna un record: +370% rispetto a gennaio di un anno prima, secondo quanto riporta Simplicissimus Book Farm, che distribuisce i lettori nel nostro paese. Impresa piuttosto ardua vista la scarsa diffusione di ebook in italiano. Negli USA il giro di affari degli ebook si attesta a gennaio su 31.900.000 dollari, sempre secondo Simplicissimus. Dubito che in Italia vedremo simili vendite per un bel pezzo.
Nel frattempo Amazon, dalla sua posizione dominante, continua a scontrarsi con le case editrici per imporre la propria politica. In pratica se vuoi vendere sul Kindle Store (Kindle è il lettore di Amazon) devi accettare una serie di vincoli e di condizioni: chi non ci sta è fuori. Le meraviglie della rete sono anche queste, quando si creano situazioni che non distano molto dal monopolio. Non che Amazon sia priva di concorrenti. Ma per adesso sono molto deboli.

Vediamo un po' cosa offre il mercato a chi vuole comprarsi un lettore di ebook. La notizia che fa più sensazione (in Italia) è l'annuncio da parte di Telecom di voler mettere "a disposizione degli editori" entro Natale un medesimo standard. Bernabè (AD di Telecom) dice una cosa giusta: la situazione è molto confusa perché ognuno ha il suo lettore (e si riferisce probabilmente a Kindle di Amazon, al Nook di Barnes & Noble, e all'iPad di Apple); ma mi chiedo se vuole contrastare il prossimo arrivo di Kindle in Italia fornendo una alternativa aperta o se vuole proporsi come piattaforma di distribuzione per la stessa Amazon. In linea di principio sembra valida anche l'affermazione "i formati proprietari confliggono con gli interessi degli editori e dei consumatori... alla fine il mercato premia uno ed un solo standard." Può darsi, ma qui non si tratta di Betamax contro VHS: ovvero non si tratta di hardware. I lettori sono in grado di funzionare già adesso con moltissimi formati e altri ne possono acquisire in caso di tregua fra le case editrici. Il formato proprietario può funzionare per cercare di imporre uno stesso lettore per tutti ma fondamentalmente ha un altro scopo, se si usano sistemi di protezione come il DRM: il libro che compri da me non lo potrai trasferire o copiare, e il mio formato non può essere legalmente usato da altri. Discorso che Amazon probabilmente farebbe anche se non ci fosse il Kindle.
L'iniziativa di Telecom sinceramente mi fa ricordare l'impegno pronunciato tempo fa dal governo di fornire agli studenti italiani dei lettori di ebook, in maniera da permettere risparmi su libri e zainetti meno pesanti. Non ci credevo molto, ricordo molto bene dai miei tempi studenteschi il ladrocinio che le case editrici imponevano agli studenti con edizioni sempre mutevoli al solo scopo di mettere fuori gioco il mercato dell'usato. Probabilmente il libro scolastico era, ed è, una fonte di sostegno fondamentale per l'editoria italiana, come potrebbero cambiare questa realtà? Ma se ci immaginiamo accordi esclusivi (multimilionari) tra il Ministero della Pubblica Istruzione e una grande azienda italiana (non necessariamente Telecom), faccioni sorridenti alla TV tra discorsi retorici e bicchieri di champagne, allora possiamo anche supporre che anche l'arrivo di un lettore di ebook dalla livrea tricolore magari ci sta. Dal punto di vista tecnico, Bernabè sembra interessato agli schermi Mirasol di Qualcomm: tecnologia che offre una bella visibilità a colori e bassi consumi, ma non permette di mostrare dei video e non è riposante per gli occhi come l'e-ink.

Se avete dubbi sulla leggibilità dell'e-ink fate benissimo. E' vero che non essendo retroilluminati questi schermi non affaticano gli occhi, ma solo i migliori hanno un valido contrasto, la maggior parte sono troppo grigi. Oggi tutti vogliono gli schermi touch, ma è una caratteristica che li rende ancor più scuri. Ecco il mio BeBook accanto a una rivista.

Ma a parte i discorsi sul futuro, cosa offre oggi il mercato? Premetto che l'apparecchio perfetto dal mio punto di vista non esiste ancora: a me piacerebbe uno strumento di convergenza (ovvero non solo lettore di ebook) con lo schermo relativamente grande (possiedo un modestissimo BeBook con risoluzione 600x800 e la principale lezione che ho imparato è che questi aggeggini con pochi pollici di schermo sono troppo piccoli); vorrei una visione paragonabile all'e-ink, riposante per gli occhi, ma all'occorrenza vorrei anche colore e possibilità di guardare dei video. Una buona interfaccia e la potenzialità per prendere appunti, scrivere documenti di testo, consultare la posta elettronica e navigare in rete. E' troppo? Per adesso sì. Vediamo cosa c'è in giro (attenzione: non tutto acquistabile in negozi italiani).

Cominciamo da un apparecchio già sul mercato da un po', l'iRex. Grande schermo da 10 pollici (senza touchscreen) e valida risoluzione in bianco e nero. La possibilità di prendere appunti. Interfaccia cattiva se non disastrosa e prezzo elevato (750 dollari). Bello ma troppo caro per quello che offre.

Cool-Er è la nuova offerta di lettore a basso costo. Come fascia di prodotto lo definirei un discendente un po' evoluto di Cybook e BeBook (quello che ho io), ed è ancora sui medesimi livelli di prezzo (250 dollari) con il video e-ink da 6 pollici. Otto livelli di grigio anziché 4, direi che questo forse è il solo vantaggio. E direi anche che queste "utilitarie" dell'ebook costano troppo (anche se si trova il BeBook a 199 euro su Pixmania). Volete un parere? Se vi tenta il prezzo, piuttosto rimandate l'acquisto a quando, per i vostri sudati soldini, potrete ricevere qualcosa di meglio.

Segnalazione al volo: Per un prezzo che è non molto più dell'entry-level Simplicissimus offre dei lettori iRex iLiad con schermo a 8 pollici e qualche problemino di gioventù: batteria di breve durata ed effetto ghosting quando viene aggiornata la pagina (resta un'ombra della precedente). Se vi interessa questa occasione la trovate qui.

Passiamo al lettore Sony Daily Edition: il costo comincia ad essere sensibile (sui 400 dollari). Tecnologia touchscreen, schermo e-ink da 7 pollici e connettività wireless. Il punto debole è lo schermo, troppo scuro: brutta cosa, un lettore debole proprio nella leggibilità.

Il Nook di Barnes & Noble doveva essere il competitore più agguerrito del Kindle di Amazon. Connettività senza fili, grande libreria a disposizione, la parte inferiore dello schermo è un touchscreen a colori; lo schermo e-ink è il solito 6 pollici ma con 16 livelli di grigio, molto leggibile. Prezzo 260 dollari. Pare purtroppo che sia dannatamente lento e con una pessima interfaccia. Non mi pare sia disponibile in Italia, comunque.

Trovo interessante invece l'Entourage eDGe con il suo doppio schermo (vedi foto all'inizio dell'articolo). Praticamente un lettore di ebook con un secondo schermo LCD a colori per immagini e video: i due schermi sono uniti da una cerniera, così lo strumento chiuso assomiglia a un piccolo notebook. Piccolo fino a un certo punto: lo schermo è sui 10 pollici, che per qualcuno possono essere anche troppi ma per me è una valida caratteristica, essendo infastidito dal piccolo schermo del mio lettore. L'eDGe può connettersi alla rete ed è touchscreen, il prezzo sui 500 dollari non è nemmeno così malvagio per tutte queste meraviglie, ma pare che il processore sia assai modesto e l'interfaccia debole. Tuttavia l'idea in sé mi pare interessante e se un attrezzo simile sarà distribuito dalle nostre parti, privo di questi difetti di gioventù, potrebbe essere la mia scelta.

Il Kindle, giunto alla sua seconda versione, è il lettore della potente casa distributrice online Amazon. Costo relativamente modesto (260 dollari), possibilità di acquistare direttamente dalla casa, una tastiera, schermo di soli 6 pollici non touchscreen ma con 16 tonalità di grigio e un rapido aggiornamento della pagina, una enorme libreria a disposizione, sia pure con la trappola del formato proprietario della casa madre. Adesso anche nel nostro paese si può comprare questo lettore e godersi le meraviglie della protezione DRM. Esiste anche la versione più grande e costosa, il Kindle DX, con un ampio schermo di quasi 10 pollici per leggere giornali e riviste. Tutto sommato Kindle per il momento è il miglior affare possibile, anche se io non lo comprerei per via delle limitazioni sui formati.

Cosa consiglio di comprare? Un bel niente, per adesso. Ci hanno promesso meraviglie tecnologiche e penso sia meglio aspettare per sapere se e quando le produrranno.
La Pixel Qi dovrebbe commercializzare uno schermo LCD a basso consumo e capace di trasformarsi in e-ink, quindi di unire senza problemi le caratteristiche di un lettore di ebook con quelle di un netbook (compreso colore e video). Sembra troppo bello per essere vero eppure questi schermi esistono e sembra che arriveranno sul mercato entro l'anno (dopo molti annunci e smentite, non so se fidarmi sui tempi).
La Asus ha promesso entro l'anno un lettore di ebook a colori (mi chiedo se non userà proprio il Qi).
Aspetto anche l'uscita del Courier promesso da Microsoft: ma devo ancora capire che tipo di schermo verrà offerto. Non vorrei che sia un lettore di ebook più di nome che di fatto, come l'iPad di Apple, che può avere tutte le applicazioni per leggere libri che si vuole, ma è dotato di un luminosissimo schermo LCD.
E non vogliamo finalmente avere tra le mani i nuovi apparecchi con gli schermi Oled flessibili? E lo Skiff, previsto in bianco e nero inizialmente ma poi anche a colori (cliccate il link e guardate le immagini!). Non so se queste meraviglie le vedremo davvero nel 2010, ma intanto consiglio di non fare acquisti affrettati.

mercoledì 17 marzo 2010

Le Havre


Questo gioco è uscito già un paio di anni fa (autore: Uwe Rosenberg) e ora è arrivato in Italia ad opera di Stratelibri. Ho giocato una partita introduttiva (le foto però le ho prese dal sito Boardgamegeek) e l'ho trovato assai divertente nonostante all'inizio mi chiedessi se non mi sarei scocciato di fronte all'ennesimo gioco economico basato sulla trasformazione di risorse.

In parole povere il giocatore in Le Havre muove la sua barchetta lungo quella specie di canale (o è la Senna?) e a seconda della casella in cui va a finire si generano delle risorse che possono essere raccolte gratuitamente. La seconda parte del turno consiste nel prendere questa manna dal cielo (o meglio, una parte di essa) oppure recarsi in un edificio per svolgere svariate attività: generalmente, si tratta di commerciare o trasformare i beni per avere denaro o prodotti finiti. Oppure di produrre altri edifici.
Alla fine del round (quando una delle piccole navi dei giocatori arriva al termine del percorso) si deve pagare (in cibo o in denaro) il mantenimento della propria attività economica e si ricomincia da capo, fino al termine delle carte-round, che svolgono anche la funzione di carte-nave. E le navi a che servono? Ad esportare la merce, ovviamente, e anche a portare cibo per sostenere il mantenimento dei lavoratori.

Le carte degli edifici e dei round vanno disposte in maniera da dare un certo ordine al susseguirsi degli eventi. Questo porterà a un mantenimento più costoso a mano a mano che il gioco procede, e anche alla possibilità di costruire edifici dalle potenzialità sempre maggiori. Alla fine la vittoria andrà a chi sarà più ricco (calcolato in denaro o in edifici posseduti).

Il mio riassunto è per forza molto scarno, ma garantisco che il gioco è progettato in maniera piuttosto agile per permettere una quantità di svariate attività ai giocatori (massimo cinque) senza che si debba attendere troppo per il proprio turno. C'è una gran varietà di risorse con cui fare i conti ma anche qui il gioco è organizzato piuttosto bene. Il difetto maggiore a mio parere è nella traduzione che in alcuni punti è zoppicante e decisamente oscura. Forse la Stratelibri farebbe meglio a porvi rimedio per non danneggiare il successo italico di questo bel gioco da tavolo.

sabato 13 marzo 2010

Ash - Una Storia Segreta


Se non vado errato Ash. Una Storia Segreta è un unico libro (piuttosto voluminoso direi) diviso in quattro da Fanucci che lo ha fatto uscire in Italia.
Ho letto la prima parte, quindi un quarto dell'intera storia (e in effetti non c'è alcuna vera e propria conclusione, al termine di oltre 300 pagine). La cosa che mi ha lasciato più sorpreso è come mai l'autrice Mary Gentle abbia deciso di situare una storia con parecchi elementi immaginari nel bel mezzo dell'Europa del '400 infilandovi a forza un personaggio di donna capitano di ventura e una marea di eventi assolutamente antistorici. E non parlo di sciocchezzuole ma, scusate lo spoiler, del fatto che un Regno Visigoto sarebbe esistito nel bel mezzo del Nord Africa (allora sotto dominio incontrastato dell'Islam), e che questo regno avrebbe assalito l'Europa usando mezzi mai visti prima tra cui il potere di lanciare una continua eclisse in ampie regioni. Per di più, tale esercito visigoto devasta e distrugge varie città Italiane.
Molte (troppe) pagine sono dedicate al carteggio di un immaginario scrittore (e studioso) con una immaginaria editor, pagine in cui si fanno salti mortali per costruire un'evidenza (immaginando ad esempio scoperte archeologiche) che renda plausibile la trama del libro. E corroborando il sospetto che le fonti storiche siano carenti o alterate.

Un tentativo del genere sarebbe plausibile se parlassimo degli eventi verificatisi in qualche zona limitata e secondaria dell'Europa, ma evidentemente è tempo perso in un caso come questo. Se Mary Gentle avesse semplicemente deciso di raccontare un'ucronia, una storia alternativa, non avrei nulla da ridire.
Il fatto però che la narrazione si fermi spesso per affastellare tesi ridicole allo scopo di instillare nel lettore il dubbio che ci sia qualcosa di verosimile, è davvero un punto di debolezza del libro.

Passando ad Ash, la protagonista, è una donna guerriero che ha potuto passare da mascotte della compagnia mercenaria a comandante grazie a una misteriosa qualità, di cui sapremo o intuiremo qualcosa di più nel corso della lettura: sente una "voce" che, in battaglia, le dice cosa fare. E pertanto sa prendere le decisioni giuste. Ash non è proprio il prototipo della modella con lo spadone, ovvero della bellona o della ragazzina tanto tanto carina che misteriosamente ha la forza per fare strage di maschiacci guerrieri o di pelosi orchi. E' piuttosto una persona vigorosa e sveglia che sa mettere a frutto il misterioso vantaggio di cui è dotata. Non è un brutto personaggio. La descrizione della sua infanzia, che è il punto di partenza del libro, è però un altro punto che lascia perplessi. La narrazione sembra dedicata a una galleria di tutte le turpitudini, stupri, sudicerie, sodomie e schifezze che si possano immaginare. So bene che un accampamento o una città medievale non dovevano odorare proprio di fiori (e ho viaggiato in zone di mondo abbastanza arretrate e quindi comparabili per potermi fare la mia idea). Però una volta assodato che il mondo della bambina Ash puzza costantemente di vomito, escrementi, piscio e sudore poteva bastare così. Invece c'è proprio un gusto del rivoltarsi nella schifezza che mi ha lasciato abbastanza perplesso (fortunatamente dopo un po' la Gentle rallenta il tiro su questo aspetto).

Oltre ai misteri di questa eroina c'e il (finto) interrogativo riguardo alla sorte della Borgogna in cui si muove. Uno stato misterioso per la Gentle, in quanto scomparso dalla storia.
Non c'è nessun mistero. La Borgogna è un territorio tra Francia, Svizzera e Germania che fu occupato da un popolo barbaro (appunto i Burgundi) al cadere dell'Impero Romano.
Annesso al regno dei Franchi qualche tempo dopo, il regno di Borgogna è tornato ad esistere successivamente per via delle politiche matrimoniali di epoca feudale, che imponevano la spartizione dei territori per sistemare problemi di successione dinastica. In epoca alto medievale la Borgogna aveva certi usi e costumi caratteristici ma è poi diventata una regione tipicamente francese pur avendo una notevole importanza perché a cavallo del confine tra la Francia e il Sacro Romano Impero. Il Ducato di Borgogna crebbe di nuovo di importanza a seguito di successioni dinastiche che lo portarono a controllare una buona parte dei Paesi Bassi (era governato da un ramo cadetto della casa regnante francese, i Valois, ma la corona Francese ovviamente vedeva con allarme la ricchezza e la potenza del Ducato). La corte di Borgogna fece scuola per il lusso e la raffinatezza ma militarmente le cose non finirono bene. Il Duca Carlo detto il Temerario, personaggio che appare nel libro di Mary Gentle, cercò di fare del suo ducato uno stato indipendente ma ebbe la mala sorte di sfidare troppi avversari, tra cui gli Svizzeri che ai tempi erano i soldati più rinomati. Carlo subì vergognose disfatte: a Grandson dopo aver massacrato una guarnigione che si era arresa fu messo in fuga dagli Svizzeri, dimostrandosi così più crudele che capace in battaglia, e perdendo un gran bottino fra cui il parco di artiglierie; a Morat dovette fuggire lasciando che una parte delle sue truppe (fra cui i mercenari italiani) venisse massacrata. Non pago di queste figuracce Carlo radunò un altro esercito e finalmente a Nancy venne ammazzato in battaglia (massacrato a colpi di lancia e di alabarda); poiché non aveva eredi il re di Francia fu lesto a prendersi il suo dominio ponendo così fine al potente Ducato di Borgogna nel 1477. Evento importante, ma in fondo normali beghe medievali: non c'è nessun mistero nella fine di questa potente entità politica che, non avendo il sostegno di un'etnia differente e conflittuale con quella francese, scomparve senza irredentismi di sorta.

Borgogna a parte, il libro (pur essendo scritto con indubbio mestiere) ci mette anche un po' troppo per arrivare al dunque.
Ammetto che questo Ash in qualche modo mi ha fatto il contropelo e l'ho gradito poco fin dall'inizio, perciò forse non sono abbastanza obiettivo, perciò leggetelo e fatevi la vostra opinione con la mia... benedizione.
Io con le avventure di Ash mi fermo qui e passo ad altro, grazie.

Titanic 3D e Oscar

A quanto sembra per il centenario del varo della nave (1912) avremo una nuova uscita del film Titanic, questa volta in versione 3D. E Cameron annuncia l'arrivo della versione estesa di Avatar (che durava già quasi tre orette, se ricordo bene).

Personalmente ho già dato in entrambi i casi. Scherzi a parte, non credo affatto che Avatar possa migliorare con una versione più lunga, perché sebbene alcuni personaggi tagliati con l'accetta, come il comandante dei Marines, possano forse beneficiare di qualche minuto in più (purché usato bene) la debolezza della storia e la pochezza della trama sono quelle che sono. Pertanto si tratterebbe solo di un bel videoclip più lungo di quello che abbiamo già visto.

Una rapida nota sugli Oscar: Avatar non ha fatto la razzia che si pensava (e non ci sarebbe stato da stupirsi se l'avesse fatta visti vari esempi del passato), tuttavia ha preso i premi che meritava per le sue virtù tecniche.
Quanto al premio per il miglior film dato a The Hurt Locker, avendolo visto qualche tempo fa posso dire che non mi sembrava questo capolavoro. Saprei indicare un sostituto? No, ma non ho certo visto tutti i film che erano candidati (certo non premierei il pessimo District 9), penso solo che il film della Bigelow (bravissima regista di pellicole d'azione) non mi sembra avere quella profondità che gli attribuiscono, ed esalta un protagonista "drogato di guerra" che bisognerebbe piuttosto considerare disturbato.

mercoledì 10 marzo 2010

Underworld - La ribellione dei Lycans


Me l'ero ripromesso e alla fine mi sono visto anche il terzo film delle serie di Underworld (ma adesso sembra che ne possa uscire un quarto).
Il primo film (recensito qui) non era stato così brutto da dissuadermi a vedere il secondo (ecco il link alla mia recensione) però a questo punto nonostante andassimo un po' migliorando ho avuto una lunga pausa di riflessione.

Adesso finalmente ho visto il prequel (Underworld - la ribellione dei Lycans, diretto da un certo Tatopoulos) dove si torna ai personaggi di Viktor (interpretato da Bill Nighy) e della sua prima figlia Sonja (Rhona Mitra). Ovviamente c'è anche il padre di tutti i licantropi, Lucian, interpretato da Michael Sheen. Devo dire che Rhona Mitra non mi ha particolarmente convinto: l'interpretazione di Kate Beckinsale (la sorella minore, ovvero Selene, comparsa nei primi due film) m'era piaciuta di più, o forse la presenza dell'attrice era più graziosa e (nella mia opinione) più adatta al ruolo.
C'è un altro vampiro con un ruolo importante, Tanis (interpretato da Steven Mackintosh), e come spesso accade tra i nostri zannuti amici si tratta di un arrivista incarognito che gioca assai sporco pur di avanzare di rango: purtroppo una interpretazione non eccezionale. E' lui comunque che alla fine porta in salvo Viktor (che ad un certo punto, se mi permettete l'anticipazione, sembra che sia morto: ma non è una grande anticipazione perché lo spettatore sa che questo è un prequel di altri film dove il patriarca dei vampiri ricompare, dunque non può essere morto).

La storia si muove sempre attorno alla tresca che porta una malaccorta fanciulla vampiresca a prendere le parti di qualche affascinante uomo-bestia che da brava raffinata vampira dovrebbe lasciar stare.
Lucian è alleato dei vampiri che lo hanno creato, ma si concede questa pericolosa relazione da cui nasceranno orrendi casini, imprigionamenti, rivolte e stragi di ogni tipo. Senza addentrarmi nella trama di questa ribellione dei Lycans posso sintetizzare dicendo che non è superiore ai precedenti film della serie: alla fine questa trilogia non ha mostrato grandissime idee. Ha avuto la possibilità di costruire una sua storia e mitologia, il che riveste sempre un qualche interesse, ma il risultato è assai modesto e semplicemente funzionale a dei film di puro intrattenimento. A mio parere un po' più di spremitura di meningi avrebbe magari portato a qualcosa di più affascinante, ma siccome bene o male ne hanno ricavato fuori una trilogia (e forse quadri-) bisogna ammettere che dal punto di vista del botteghino i produttori sanno quello che hanno fatto.

Detto tutto questo se uscirà un quarto film della serie potrei sempre vederlo.
Ma potrei anche non farlo...

venerdì 5 marzo 2010

Alice in Wonderland


Dal momento che mi piacciono i film di animazione, ammiro il lavoro di Tim Burton come regista e quello di Johnny Depp come attore, questa Alice in Wonderland non me la potevo perdere, anche se temevo il tocco Disney, che infatti ha lasciato abbastanza poco dello stile ambiguo, oscuro e inquietante del migliore Burton.
Se devo fare un paragone, è con la Fabbrica di Cioccolato, film stupendo per le immagini ma destinato fondamentalmente ai bambini, privo di quello spessore che sa attirare tutte le generazioni, presente invece nei migliori film di questo regista americano. Alice è anche discontinuo nell'aspetto scenografico (a volte sorprendente e mozzafiato, a volte banale e disneyano nel peggior senso del termine). La storia inoltre è alterata in modo da smorzare gli aspetti paradossali della fiaba a cui ci si riferisce per mettere al suo posto una eroina moderna e anticonformista, una piccola donna guerriero che scade un po' nel cliché più banale (alla Nihal della Terra del Vento potremmo dire). Alice nuova icona, nuova eroina femminista? Le ho sentite tutte, ma direi che stavolta proprio non ci siamo.

Ci sono quindi gli elementi per cadere in un capitolo decisamente scialbo rispetto al livello qualitativo cui Tim Burton è solito. La trama è decisamente ritrita. Il Cappellaio Matto ha i classici moventi del personaggio che deve muovere alla rivincita contro i cattivi, e Johnny Depp non gli sa attribuire nulla del fascino irriverente e bizzarro di cui è capace, limitandosi a donargli un po' di espressioni simpatiche o stralunate a seconda dei casi. Direi una interpretazione al di sotto del suo standard. Nel ruolo della Regina Rossa c'è la poco sfruttata (ovvero limitata dal ruolo) ma brava Helena Bonham Carter (che mi ricorda sempre e irrimediabilmente la svitatissima Marla Singer di Fight Club). La protagonista Alice è un'attrice giovane e non famosissima, Mia Wasikowska: il look per la parte a mio parere c'è, una certa capacità espressiva anche, il personaggio m'è sembrato molto impostato per piacere alle ragazzine (probabile target commerciale primario di questo film). Anne Hathaway (famosa, ma per un sacco di film che io NON ho visto) interpreta la Regina Bianca, quella che si è impegnata a essere buona e non fare male a nessuno: le sue abilità stregonesche, il suo modo di fare tra lo zuccheroso e il leggermente inquietante ne fanno un personaggio che dà a intendere un possibile lato oscuro e riesce a rimanere impresso.

Grafica gradevole ma il 3D di Alice in Wonderland non è quello di Avatar. Insomma, non voglio essere catastrofico, tra qualche sbadiglio un po' di spettacolo c'è, però la mia conclusione è che Tim Burton qui ha fatto una notevole stecca, quasi non sembra nemmeno un film suo.

giovedì 4 marzo 2010

Junta


Un gioco antichissimo, pubblicato nella sua edizione originale dalla West End Games, e stiamo parlando di più di 30 anni fa. Il gioco si ispira ai dittatori sudamericani dell'epoca, alle varie banana republic dove il colpo di stato e la corruzione erano all'ordine del giorno.
Oggi da quelle parti la corruzione non credo sia scomparsa (non scompare mai) ma non ci sono più le familiari immagini di carri armati per le strade, aerei da guerra di seconda mano americana che sfrecciano nei cieli buttando bombe a casaccio e così via.
Junta è da giocare in molte persone (massimo sette) per poter godere pienamente della sua caratteristica principale, la necessità di agire e interagire tra molte forze contrastanti.

Ogni anno la giunta del presidente (il generalissimo di turno) si riunisce per spartire dei quattrini. Ai tempi (mooolti anni fa) mi spiegarono le regole dicendo che erano gli aiuti USA a sostegno della lotta per la "democrazia" e contro il comunismo: comunque sia, ci sono questa carte che rappresentano dei bei dollaroni e i vari componenti del governo devono spartirseli. Il presidente può decidere di fare la parte del leone e tenersene una buona fetta per se stesso, o spartirli più giustamente, però deve vincere in un giro di voti (si vota usando delle carte di influenza politica che si pescano dal mazzo, che contiene anche assassini prezzolati, bustarelle da incassare, cortei di alleati che si possono usare militarmente e altre amenità).

Ovviamente il presidente dovrà dare un bel po' di soldi al ministro dell'interno, che controlla la polizia e può tentare una volta a turno di far sparare un altro giocatore (che potrebbe essere il presidente stesso). Poi in ordine di importanza ci sono i comandanti delle tre brigate di truppe terrestri, quindi il comandante dell'aviazione (che dispone di aerei da combattimento e paracadutisti) e quello della marina (il più misero, con una cannoniera e un'unità di marines).

Dopo l'approvazione del bilancio c'è una fase critica: ciascun giocatore decide dove si trova fisicamente (usando dei chit che indicano la locazione) nascondendolo agli altri, e chi può (ovvero il ministro dell'interno e chi ha una carta di assassino) cerca di eliminare uno o più degli altri giocatori, indovinando dov'è andato.
Tra le locazioni la più importante è la banca. Perché se si va in banca e si riesce a non farsi ammazzare, si può depositare il denaro nel proprio conto svizzero (accumulare soldi nella repubblica elvetica è lo scopo del gioco). Se si viene uccisi, il proprio denaro viene preso dall'uccisore.

Dopo gli assassinii politici c'è la fase di golpe. Per effettuarlo bisogna creare un pretesto (ma è molto facile). C'è una rapida fase di battaglia urbana per occupare le cinque zone principali (palazzo presidenziale, radio, ecc...) dopodiché si verificano le lealtà (è possibile cambiare casacca all'ultimo minuto, ma non per il presidente, che rimane ovviamente lealista a se stesso) e se il golpe controlla la maggior parte delle aree nevralgiche cominciano le esecuzioni di massa (ovvero i ribelli possono ammazzare i lealisti e prendere il loro denaro ad eccezione ovviamente di quello depositato nella banca svizzera).
Alla fine del turno il presidente (se è sopravvissuto agli assassini e all'eventuale golpe) può dimettersi. Se lo fa (o se è stato eliminato) c'è una rielezione.

Insomma un gioco di tradimenti, ladrocinio e pugnalate alla schiena. Un difetto comune ai giochi di quell'epoca è una durata eccessiva, soprattutto con giocatori litigiosi che fanno continuamente colpi di stato. Ma ha anche i suoi momenti esilaranti.

In questo gioco mantenevo un record, nella mia cerchia di amici: da presidente non ero mai stato abbattuto, riuscendo a resistere in sella fino alla mia decisione di dimettermi. Le regole per riuscirci erano: scegliere i collaboratori che sembrano fedeli e remunerarli bene, a costo di prender pochi soldi io stesso; con i ribelli e i noti litigiosi adottare una regola spietata (fare il budget senza dar loro alcun denaro visto che tanto non si può far contenti tutti), ruotare spesso la pericolosa carica di ministro dell'interno e dare le dimissioni in tempi ragionevolmente brevi per poi magari ripropormi in seguito.
Dopo molti anni, poco tempo fa, abbiamo ripreso in mano questo gioco e sono stato eliminato ben due volte (senza nemmeno che arrivassimo in fondo alla partita) per non aver applicato con coerenza queste norme. Si vede che sto invecchiando...

lunedì 1 marzo 2010

Spedizione di Soccorso


Arthur Clarke, scienziato e scrittore inglese venuto a mancare pochi anni fa, è stato un esponente della fantascienza più dura, autore di storie dove la verosimiglianza scientifica era conservata il più possibile. Ricordato principalmente per 2001 Odissea nello Spazio (dove dimostrata tra l'altro di essere capace di introdurre l'elemento mistico nelle sue storie), ha avuto una carriera assai lunga. Urania ha riproposto di recente una raccolta delle sue storie brevi nella raccolta che porta il nome Spedizione di Soccorso, titolo del racconto che apre la lista.

I racconti sono belli, tutto sommato. Qualcuno soffre di ingenuità narrative, qualcuno mi ha convinto di meno, ma generalmente sono ben scritti e hanno un guizzo finale inaspettato che ne esalta il valore. La Stella, del 1955, è stato controverso per il suo contenuto "blasfemo" (leggete e capirete), il celebre I Nove Miliardi di Nomi di Dio ha invece un sottile sentimento mistico che si svela nel finale, e molto carino è Spedizione di Soccorso (con una frase finale molto felice). Pieno di tensione Estate su Icaro (una corsa contro il tempo per salvarsi, visto che l'estate di un asteroide esporrebbe il protagonista ai raggi diretti del sole, insostenibili).
Un po' esagerato Superiorità, dove qualche discorso sugli errori tecnici e strategici non mi torna, e a mio parere anche Prima dell'Eden.

Forse la fantascienza classica ha già detto tutto quello che aveva da dire ma vale sempre la pena di riscoprirla (o di avvicinarsi per la prima volta, per chi non la conosce). Consigliato.

giovedì 25 febbraio 2010

Ha ragione Google o no?

Off topic? Fino a un certo punto...

Si sono scomodati anche Hillary Clinton e l'ambasciatore americano a Roma: del resto saremo magari un piccolo paese periferico, ma la presa di posizione contro la libertà della rete è piuttosto forte, quasi a livello...cinese.
Riepilogando quello che è successo, si tratta del famoso video pubblicato in rete da alcuni ragazzi che si sono ripresi mentre sottoponevano un compagno down a delle vessazioni. La sentenza dei giudici non colpisce il contenuto del video, ma condanna tre esponenti di Google Italy per non aver tutelato la privacy della vittima.
Google si difende dicendo che le persone incriminate non hanno né girato né diffuso il video. Che però è rimasto visibile per parecchi giorni (un paio di mesi secondo il sito di Repubblica) prima che venisse tolto. Anche lì, la difesa di Google è che appena c'è stata una richiesta ufficiale il video è stato rimosso.

Se la sono presa anche quelli di Wired...



Con buona pace di chi pensa che i giudici siano tutti comunisti sfegatati, questa sentenza è un ottimo precedente per favorire i tentativi (finora goffi e subito abortiti) di mettere sotto controllo la rete in Italia. Forse è esagerato dire che la rete sia l'ultimo baluardo dell'informazione libera (l'opposizione ha bene o male ancora i suoi spazi televisivi), forse anche presso l'opposizione o parte di essa della libertà in rete se ne farebbe ben volentieri a meno, anche se non c'è il coraggio di dirlo, insomma è abbastanza certo che la rete può dare fastidio: perché non addomesticarla?
Mettere un semplice blogger (come il sottoscritto) nella posizione di un responsabile di testata di stampa può essere un buon modo per intimidirlo (e magari convincerlo a cercare un altro passatempo): fino a che il blogger è semplicemente una persona che dice quello che gli pare e lo rende disponibile a un certo indirizzo web, non è così facile venire a bloccarlo anche se, giustamente, resta responsabile di quello che dice (e quello che è illegale offline, giustamente, lo è anche online). Ben altra è la situazione se una pagina come, diciamo, Mondi Immaginari ha le stesse responsabilità del Corriere della Sera.

Poi ci sono i contenuti pubblicati su siti come Facebook o Youtube. Dove tanti si sbizzarriscono con le cose peggiori. Questo materiale creato (o scopiazzato) dagli utenti è business, perché crea l'aggregazione e la visibilità in rete. La posizione dei provider è se vogliamo un po' comoda e quindi lo è anche la difesa. Per citarne una di tante: se uno pubblica una atrocità per mezzo di Google Video, Youtube o un social network l'azienda non ne è responsabile più di quanto le poste siano responsabili se qualcuno spedisce materiale vietato, di qualsiasi tipo, dentro un pacco.

Presa di posizione con qualche crepa quando consideriamo che proprio il regime cinese ha avuto delle grandi vittorie nell'addomesticare questi colossi commerciali e costringerli a proibire i contenuti sgraditi. Perciò questa difesa della libertà totale è, a mio modesto avviso, un po' pelosa, visto che la si fa in maniera diversa a seconda del territorio.

Diciamo che se il postino non è tenuto a sapere cosa contiene il pacco, i contenuti illegali che dilagano senza controllo in rete (e spesso vengono segnalati, diventano fatto sociale, ecc...) sono visibili, sono soggetti ai fitti richiami incrociati dei link e della diffusione virale degli utenti (l'interesse sempre mutevole per la cacchiata del momento, ecc...) e potrebbero essere monitorati per impedire gli abusi più clamorosi. Mi sembra un po' troppo comodo dire di essere per la libertà assoluta solo perché monitorare vuol dire spendere dei soldi.

Con questo non dico di essere a favore della sentenza al cento per cento, e la difesa della libertà in rete preoccupa anche me. Non ho in mano una regola di facile applicazione per affermare il concetto (in maniera fattibile e non repressiva) che questi colossi un occhio ai contenuti ce lo dovrebbero dare, allo stesso tempo senza subissarli di responsabilità troppo difficili da seguire. Però la risposta di Google mi sembra troppo comoda. Così come un blog non è il Corriere della Sera, un fornitore di servizi (che mette a disposizione mezzi studiati apposta per condividere i contenuti con un largo pubblico) non è l'equivalente di un postino che va in giro con un pacco sigillato.

mercoledì 24 febbraio 2010

E' tutta colpa di D&D

Se conoscete l'inglese e non vi siete ancora stancati di leggere cose cretine riguardo ai giochi di ruolo (in questo caso D&D, come al solito: è il più famoso e quindi si prende tutte le colpe), date un'occhiata a questo articolo:
http://news.bostonherald.com/news/regional...suspect_in_slays_fan_of_dungeons/
riguardante Amy Bishop, una professoressa che ha sparato ai suoi colleghi in una università dell'Alabama.

domenica 21 febbraio 2010

Ginger Snaps


Mi son perso la prima del nuovo film di lupi mannari con Benicio del Toro (ma se devo credere al punteggio ben misero ottenuto finora da The Wolfman su Rottentomatoes, sembra che non mi son perso niente) e invece ho finalmente trovato il tempo di vedere un film canadese di una decina di anni fa sullo stesso soggetto: Ginger Snaps, diretto da un regista che aveva lavorato solo per la televisione (John Fawcett) e interpretato nei ruoli principali da Katharine Isabelle (la ragazza castana sulla destra nel poster) ed Emily Perkins (la mora sulla sinistra), due attrici canadesi di cui non so niente, se non che la Perkins ha recitato in It da ragazzina.

La storia è incentrata su queste due ragazze che condividono una macabra ossessione per la morte (si fotografano in pose "forensiche" con tanto di sangue, armi del delitto ecc...) e un modo di vestirsi piuttosto dark (o gotico o come si dice oggi). Le due ragazze sono molto unite ma non legano con i coetanei, tutt'altro, e quando una delle due (Ginger, interpretata da Katharine Isabelle) viene morsa da un licantropo l'altra (Brigitte, ovvero Emily Perkins) si batte contro tutto il mondo per aiutarla, aiutandola a nascondere alla famiglia i cambiamenti in atto nel corpo della sorella e le prove dei delitti che inevitabilmente comincia a commettere.
Allo stesso tempo cerca di trovare un rimedio per la maledizione che è caduta su Ginger.
Dal momento che l'attacco del licantropo avviene proprio quando Ginger per la prima volta ha le mestruazioni, è evidente il collegamento simbolico tra i due avvenimenti (c'è una scena in cui le due cercano di spiegare in una specie di consultorio cosa sta succedendo, ma tutto viene scambiato per i normali sintomi dell'ingresso nell'età adulta).

Le speranze di Brigitte non sembrano avere però una risposta positiva, poiché Ginger diventa sempre più incontrollabile e comincia a farle paura. La trama la lascio qui, mi limito a dire che il film mi è piaciuto pur avendo effetti speciali non proprio all'altezza e qualche particolare che mi ha lasciato perplesso. La storia mescola bene i momenti intimi e personali con la minaccia sovrannaturale della licantropia, procedendo in maniera non convenzionale e facendo a meno dei soliti paradigmi hollywoodiani di questo tipo di trame. Non manca qualche momento divertente e l'umorismo nero, e c'è una buona dose di attesa e di suspence (anche se per me la scena finale è troppo lunga). Il tutto interpretato assai bene dalle due strane protagoniste. Per qualche aspetto Ginger Snaps mi ha ricordato lo svedese Lasciami Entrare, e certamente questi due film mi sono piaciuti più delle produzioni americane che impazzano da anni (Twilight, Underworld, Van Helsing e così via).

Ginger Snaps (titolo italiano: Licantropia Evolution) ha avuto un seguito (Ginger Snaps II: Unleashed) e un prequel (Ginger Snaps Back: The Beginning) tradotti rispettivamente come Licantropia Apocalypse e Licantropia. Se avete pensato che i titoli italiani fanno schifo, sappiate che sono d'accordo. Del seguito so solo che segue le avventure di Brigitte alcuni anni dopo e che andò malissimo al botteghino, forse perché non c'era più la bella e carismatica Katharine Isabelle. Perciò il terzo (il prequel) non uscì nemmeno nelle sale ma direttamente su DVD: si tratta di un film su due ragazze identiche alle protagoniste, ma ambientato nell'ottocento.

Su IBS li trovate tutti e tre a pochi euro.

domenica 14 febbraio 2010

Dopo che la tribù dell'Orissa che ha implorato James Cameron di interessarsi al suo destino (è minacciata da una compagnia mineraria, come in Avatar) anche i Palestinesi usano il film dei gattoni blu come simbolo della loro oppressione (su cui ci sarebbe da fare un discorso un po' più complesso, però).



Sulla trama di Avatar c'è da dire tutto quello che c'è da dire (non proprio in positivo), ma le lacrime di coccodrillo dell'uomo moderno (come le ho definite io nella mia recensione di un paio di settimane fa) sembra che vengano prese stranamente sul serio dai disperati della Terra. Forse vogliono vedere il bluff?

martedì 9 febbraio 2010

Iron Man


Ho resistito per un bel periodo ma alla fine ho deciso di vederlo, visto che Iron Man (regista: Jon Favreau) è uno dei film più spettacolari degli ultimi tempi, e ha mietuto immenso successo. Tratto da un fumetto (riadattato e modernizzato, però), parla di una specie di supereroe, ma non di superpoteri. Lo definirei più un film di fantascienza perché il protagonista ottiene le sue peculiari capacità grazie a una tecnologia avanzatissima.

Il protagonista (Tony Stark) è un industriale e uno scienziato, un tipo in gamba e con un gran spirito che riesce a fornire armi eccezionali all'esercito degli Stati Uniti. Viene catturato all'inizio del film da loschi personaggi con barbaccia e turbante, che vogliono impadronirsi dei suoi segreti (tra i loschi personaggi un cameo di Tom Morello dei Rage Against the Machine). Due anticipazioni sulla trama (saltate al prossimo paragrafo se lo dovete ancora vedere): la prima è che ovviamente se la caverà, costruendo un'armatura potenziata micidiale all'interno della grotta-laboratorio dove è rinchiuso (questa è una stupidata così grande da non crederci, che si possa creare tecnologia sofisticata senza particolari attrezzature, semplicemente smontando e riassemblando altre armi) e facendogliela pagare ai rapitori. La seconda è che scoprirà che c'è del marcio molto più vicino di quanto pensasse.

La storia è insignificante, a me ha pure dato un certo fastidio per i riferimenti alle guerre americane nella zona del Medio Oriente e del Golfo, avrei preferito una situazione inventata. La forza del film sta nei bravi attori, secondo me, ancor più che negli effetti speciali pur notevoli. Robert Downey jr. è fantastico nei panni del protagonista (simpatico e improbabile incrocio tra un donnaiolo e uno scienziato geniale). Gwyneth Paltrow interpreta la sua segretaria Virginia Potts, intelligente, coraggiosa e piena di buon senso: tra lei e Stark sembra poter cominciare qualcosa, ma non comincia mai, e la dinamica tra i due è esilarante. Così come esilarante è la battuta finale del film, che non vi rivelo.

Iron Man non passerà (decisamente) alla storia del cinema ma è molto divertente. Resto in attesa del seguito.

sabato 6 febbraio 2010

Facebook sorpassa i Blog?


Compaiono con una certa frequenza gli articoli che (in rete e sui giornali) cantano il sorpasso di forme di comunicazione come Twitter e Facebook sui blog. Già in passato avevo letto (con scetticismo) della morte della posta elettronica, sorpassata dagli SMS, però la posta elettronica per quanto ne so io gode ancora di discreta salute. E quindi posso sperare che non muoiano nemmeno i blog.

Ragione della crisi sarebbe la possibilità di una comunicazione più rapida con i mezzi sopracitati, mezzi che conosco a dir la verità piuttosto poco: su Twitter veramente non ho nemmeno messo piede, su Facebook ho sospeso la decisione di chiudere la mia pagina ma faccio veramente fatica a seguire quel bailamme di piccole "novità" (o grandi frescacce, a volte) che si inseguono. E di essere chiamato a partecipare a questa o quella causa o a diventare fan di tizio o di caio (di solito scrittori fantasy, a cui voglio un gran bene ma non riesco a seguirne molte iniziative, purtroppo).

Per quanto mi riguarda l'integrazione con il telefonino non mi interessa e nemmeno essere in contatto "real time", lanciare un'affermazione immediata e spontanea che diventa obsoleta nel giro di un giorno o qualche ora... Anzi mi spiace che gli articoli passati si perdano nelle viscere del blog: tutti i rimandi interni che ho costruito nella colonna a destra direi che dimostrano la mia voglia di costruire un blocco di scritti che restino visibili e siano significativi di quello che ho da dire. Tutt'altro che roba da trenta secondi di consultazione, insomma (non ci sono orde di lettori che vanno a ripescare quello che ho detto mesi o anni fa: qualcuno ogni tanto lo fa, però).

A mio parere (un parere poco informato sulla tecnologia, devo confessare) questi cambiamenti dipendono dal succedersi delle opportunità che hanno cambiato l'utilizzo della rete. Così come i blog, a suo tempo, Facebook e Twitter sono la cosa nuova che ha fatto successo. Anni fa, se volevi la tua pagina internet dovevi acquisire un dominio e diventare pratico della materia, oppure quantomeno utilizzare pagine messe gratuitamente a disposizione da numerosi provider: ma c'era sempre la necessità di masticare qualcosa di HTML e di altre nozioni informatiche.

I blog hanno reso tutto più semplice, anche se delle caratteristiche di un sito vero e proprio manca qualcosa. Il loro momento di gloria fu dovuto all'immediatezza e facilità d'uso rispetto a quello che c'era prima. Ora sono arrivate queste nuove piattaforme che offrono una semplificazione ancora maggiore e sicuramente per i giovanissimi sono più interessanti, è normale che lascino i blog e vi si spostino.
Mi sta bene, ma la formula del blog va bene per me e non vedo motivo per cambiare sistema (sempre che blogspot non chiuda i battenti). Del resto in Italia c'è un paio di milioni di persone che i blog li legge...

Comunque se volete farvi due risate eccovi l'annuncio della prestigiosa rivista Wired sulla morte dei blog... è del 2008! Decisamente un annuncio prematuro.

mercoledì 3 febbraio 2010

Skyline 3.000


Un gioco semplice e sorprendentemente interessante. Skyline 3000 pubblicato dalla (a me sconosciuta) casa Z-Man Games si presenta con una quantità di cubetti grigi (i "piani" delle case) e tetti (a volta oppure aguzzi) e una mappa su cui costruire la città. I mazzi di carte danno la possibilità di scegliere le proprie azioni per il turno: costruire, finire l'edificio con un tetto, posizionare in uno dei quartieri della città, che come vedete dalla foto sono colorati in maniera molto vivace, e ulteriormente divisi in zone. Scopo del gioco è conseguire il maggior numero di punti vittoria possibili completando edifici nelle varie zone e cercando di essere quello con più volumetria costruita, o al limite il secondo (che prende qualcosina in meno). Ma ci sono anche altri dettagli: diamo un'occhiata alle regole del gioco.

I giocatori possono occupare lotti edificabili con dei cartelloni pubblicitari (nella foto sono ritti su basette di plastica e sembrano più che altro grosse pompe di benzina). Costa un punto vittoria farlo (e si ha un numero limitato di cartelloni). Questa mossa ha una duplice funzione: si aggiunge un punto vittoria, ogni turno, al carniere del primo e del secondo per volumetria in quella zona (se si è in tale posizione quindi si recupera il punto sacrificato) e inoltre in un secondo tempo si può, spendendo un altro punto di vittoria, rimuovere il cartellone e piazzare un edificio al suo posto. Perciò non si può essere esclusi dalla zona.

Altre costruzioni, che si comprano all'asta, possono essere aggiunte in una zona: nei lotti si possono posizionare parchi anziché edifici (i parchi aumentano i punti di vittoria come i cartelloni pubblicitari) e nello spiazzo circolare (vedi foto) può essere collocato uno spazioporto o un supermercato. Lo spazioporto dà al giocatore con la maggiore volumetria nella zona il diritto di prendere due carte in più. Il supermercato raddoppia i punti vittoria (della zona) per tutti. Il meccanismo dell'asta fa sì che i supermercati arrivino in gioco nei turni finali.

Se qualcuno si fosse chiesto il perché di tetti arrotondati e aguzzi: il primo che pone un edificio in una zona stabilisce il tipo di tetto che gli altri dovranno porre nella stessa zona (come se fosse un dettaglio voluto da un piano regolatore). Siccome i tetti sono limitati, anche queste sono scelte che contano.

In Skyline 3.000 lo scopo fondamentalmente è quello di prendere il controllo di qualche quartiere e mantenerlo, e possibilmente sfruttarlo in proprio al massimo: cosa vuol dire questo? Vuol dire che, per natura del gioco, anche il secondo giocatore (per ordine di volumetria) approfitta dei bonus che si accumulano in un settore grazie a parchi, cartelloni pubblicitari, spazioporti ecc... Perciò la politica giusta sarà quella di escludere, se possibile, gli altri giocatori da una zona in cui stiamo ponendo molte migliorie che valgono punti vittoria. O almeno, escludere l'avversario più pericoloso.

Allo stesso tempo, se possibile, si deve metter piede nelle zone che gli altri giocatori stanno edificando, per essere almeno i secondi classificati (per volume di case) e approfittare dei miglioramenti costruiti dagli altri. M'è venuto da dire, scherzando, che manca una carta bulldozer per spianare gli edifici della concorrenza. In effetti viene proprio la tentazione, ma l'interazione fra i giocatori è limitata (sostanzialmente, a rubarsi lo spazio e a entrare come sanguisughe nelle zone dove un altro sta mettendo i miglioramenti).

Semplice ma con una sua profondità strategica che mi ha colto di sorpresa. Skyline 3.000 mi è piaciuto. Segue un po' il filone dei giochi che ho visto di recente: un numero di turni predeterminato per avere un gioco breve. La necessità di pianificare per la lunga distanza. Il dubbio fra molteplici scelte di linea d'azione. L'arrivo, verso la fine del gioco, di forti possibilità di guadagnare punti vittoria, per dare a chi è rimasto indietro un'ultima possibilità di puntare a vincere. Infine, una ridotta possibilità di fare il "kingmaker" ovvero di aiutare un altro giocatore a vincere, da parte di uno che non può più farcela. Non sono contento al 100% di questa formula perfetta, ma in questo caso il risultato lo trovo valido.

sabato 30 gennaio 2010

Love my rifle more than you *

Questo libro (edito da Phoenix e disponibile solo in inglese, per quanto ne so) parla dell'esperienza sotto le armi di una donna soldato USA (l'autrice Kayla Williams) che ha vissuto l'esperienza dell'invasione in Iraq.
Cosa c'entra con il blog? C'entra in maniera relativa in effetti, ma poiché mi sono occupato in passato della figura della donna combattente e della sua rappresentazione nella realtà e nella letteratura fantastica non lo ritengo completamente off-topic: ho continuato a cercare contenuti che potessero permettermi di ampliare quella ricerca. Il tutto con l'ovvio limite che non è che non abbia niente altro da fare nella vita.
Può essere spunto di riflessione per chi, quando legge fantasy o fantascienza, vede la questione risolta in maniera assolutamente non problematica (ad esempio: I Pirati dell'Oceano Rosso) o non realistica (tutti i libri dove una ragazzina esile con gli occhioni tipo manga prende un'arma e ammazza orde di guerrieri) e se ne ritrova insoddisfatto.

L'autrice parla di se stessa al di là di quello che sarebbe strettamente necessario per l'argomento, quindi la seguiamo attraverso la crescita in una famiglia presto divorziata, un'adolescenza abbastanza disastrata (per i nostri standard più tradizionalisti, almeno) e la decisione di arruolarsi dopo aver perso il lavoro, fattore che da quelle parti sbatte la gente a terra molto più rapidamente che da noi. Quando inizia il conflitto in Iraq la nostra eroina si trova nella 101ma divisione aerotrasportata (unità che si lanciò sulla Normandia e su Arnhem nella Seconda Guerra Mondiale, e prese parte a un sacco di conflitti nel dopoguerra prima dell'attuale) e partecipa come interprete (non esattamente il suo ruolo, ma le hanno fatto studiare l'arabo e la prima necessità diventa avere sul campo qualcuno che lo parli).

Non ci sono occasioni in cui prende parte a combattimenti (sparando con la sua arma, e cose di questo tipo). Ma ha un sacco di cose da dire riguardo all'esercito: nella maggior parte dei casi sono assai critiche ma non del tutto insensate. E ha da dire sulle persone con cui si trova a lavorare insieme. Non mi ha sorpreso il fatto che le superiori donne sono le persone con cui il rapporto si rivela particolarmente disastroso (dico così perché nella mia esperienza personale il "capo donna" risulta spesso indigesto più alle altre donne che agli uomini). Sul fatto di essere donna in un esercito composto per l'85% da uomini la nostra autrice ha però parecchio da dire.

Zoccola. La sola altra possibilità è stronza. Se sei donna e soldato, queste sono le uniche scelte che hai... il 15% dell'esercito che è di sesso femminile deve ancora uscire da quel vecchio modo di dire: "Che differenza c'è tra una stronza e una zoccola? Una zoccola va a letto con tutti, una stronza va con tutti tranne che con te"


Se quindi pensate che non ci siano certe problematiche nell'esercito più moderno, nato dalla nazione per molti aspetti più avanzata del mondo, avete sbagliato. Kayla dice chiaramente che essere una donna in un teatro di guerra equivale a essere una merce desiderabile che si trova in scarsa quantità. Questo ovviamente crea un richiamo, un fascino nell'essere donna soldato, perché dà facilmente la tentazione di sentirsi speciali. Si mescola piuttosto male con il cameratismo dei soldati, però.

L'autrice si trova a passare parecchio tempo con una certa unità militare, e riesce a fraternizzare con questi soldati che estendono a lei il turpiloquio in uso normalmente fra loro, e arrivano a considerarla "una del gruppo" quando lei si presta a ridere e scherzare, a comportarsi un po' come loro. La famosa tentazione di essere "just one of the boys". Ovviamente l'incidente in cui uno dei soldati "ci prova" in maniera decisamente poco ortodossa non tarda ad avvenire e Kayla si trova obbligata a prendere le distanze e ad assumere il ruolo della "stronza" che non lascia spiragli di confidenza.

D'altra parte Kayla è lei stessa la prima, quando si rapporta con altre donne, a giudicarle per l'aspetto fisico e a notare per prima cosa se sono carine o no. Il suo modo di vedere non è femminista. Cerca una sua dignità e trova imbarazzante il comportamento delle donne soldato che si comportano come se fossero sempre bisognose di aiuto o ne approfittano per l'attrattiva che esercitano sui soldati maschi o non cercano di essere competenti nel lavoro di cui si occupano. La sensazione fondamentale che si trae dal libro è di un disagio che non può trovare una facile soluzione. Anche perché, operando in un paese musulmano, da parte dei civili stessi non è semplice rapportarsi con lei (per quanto l'esperienza nel libro sembra soprattutto positiva).

Interessante notare che Kayla viene usata in un interrogatorio per cercare di spezzare un prigioniero arabo, facendolo comparire nudo di fronte a lei che è incaricata di umiliarlo (dirgli che "ce l'ha piccolo" e cose simili). Cerca di farlo, senza molta convinzione, ma poi evita di ritrovarsi in altre situazioni simili. Particolare che farà riflettere chi pensasse che ad Abu Ghraib fossero successi degli episodi isolati.

Questo il resoconto di una donna che ha cercato di fare il soldato senza pretendere favori particolari e sforzandosi di meritare qualcosa per il suo lavoro (almeno, questo è ciò che dice di sé). Il fatto di essere donna non può essere separato praticamente mai dalla sua esperienza. Il fantastico può immaginare mondi differenti, ma a mio parere le premesse di queste differenze devono sempre essere sensate: sfuggire alla realtà sì, ma come?


* il titolo riprende una marcia militare, di quelle che servono a tenere il passo, provo a tradurla: Cindy, Cindy, Cindy Lou/ amo il mio fucile più di te/ eri la mia reginetta di bellezza/ ora amo il mio M16

lunedì 25 gennaio 2010

Nessun Uomo è mio Fratello


Sarò in grado di dare un parere imparziale su questo libro? Forse no, perché ha vinto il Premio Odissea cui ho partecipato anche io, quindi mi trovo a pormi (inevitabilmente) quella certa domanda, cos'ha questo libro che non aveva il mio, visto che è arrivato solo in finale? perciò non fidatevi di me. Ma proviamo a procedere.
Nessun Uomo è mio Fratello (edito dalla Delos) è, se non vado errato, il secondo romanzo di Clelia Farris, scrittrice che si era già segnalata con un precedente titolo, Rupes Recta.
L'idea portante che dovrebbe collocare questo libro nella fantascienza è un particolare che caratterizza tutte le persone: una C o una V che determina se il portatore è Carnefice o Vittima.
Inoltre ogni segno è particolare e legato a uno del tipo opposto, perciò ogni vittima è legata a un determinato carnefice, che sarà immune da qualsiasi conseguenza legale se ucciderà la "propria" vittima. Tuttavia il carnefice generalmente non sa qual è la sua vittima designata.

Ho pensato fino alla fine della mia lettura che il motivo (scientifico, o meglio fantascientifico) di questa premessa sarebbe stato spiegato, ma con mio disappunto ciò non è avvenuto. In pratica sebbene i carnefici siano spesso e volentieri prepotenti e arroganti (cosa che un sacco di gente che conosco riesce ad essere pur senza che una C gli compaia sulla pelle), ci sono anche situazioni in cui le cose non sono così nette. Perciò fino a che la storia non si evolve, con il protagonista coinvolto in attività che hanno a che fare con questa faccenda di carnefici e vittime, la premessa fantascientifica non ha fatto molta presa sul sottoscritto. A peggiorare le cose, l'inizio (direi ben un'ottantina di pagine) narra di situazioni bucoliche e m'ha fatto apprendere sulla coltivazione del riso molto più di quanto mi interessasse sapere.

Detto tutto questo, e senza anticipare troppo la trama, le cose poi si sviluppano, ci sono un po' di trovate interessanti e qualche ben congegnato colpo di scena anche se un particolare non me lo sono spiegato: (piccolo SPOILER) perché il protagonista riesce sempre a inimicarsi tutti quelli con cui pareva avere un buon rapporto, e per giunta lo fa di punto in bianco? Scherzi a parte un paio di volte succede proprio così e mi sembra il pretesto per farlo muovere a un'altra fase della sua vita senza star lì a perderci delle pagine di descrizione.

Comunque questo libro è ben scritto e ha dalla sua un bello stile scorrevole: insomma una storia che quando finalmente parte riesce, direi, a viaggiar bene. Non mi ha esaltato ma si fa leggere. Ancor di più se avete un grande amore per le piantine di riso.

martedì 19 gennaio 2010

Rise of Empires


Un gioco abbastanza recente prodotto dalla Mayfair Games e progettato dalla mente fervida di Martin Wallace, Rise of Empires ricorda diversi titoli del genere di cui ho trattato in questo blog. Si tratta di un gioco strategico (fino a 5 giocatori) che ha come oggetto la supremazia mondiale, ambientato nelle diverse epoche, relativamente astratto e congegnato in modo da farlo durare un numero predeterminato di turni di gioco. Questo ha fra l'altro il vantaggio di mandare a nanna i giocatori a un'ora ragionevole.

Rise of Empires riesce a tenere in considerazione tutti gli aspetti: tecnologico, militare, economico ecc... la parte territoriale del gioco è molto astratta: nella mappa (che è divisa in regioni la cui accessibilità varia in tre diverse epoche, perciò all'inizio ci si concentra sul Mediterraneo, nella classica visione eurocentrica) si pongono le proprie forze (in effetti dei cubetti che possono simboleggiare anche altro) e si possono condurre delle guerre limitate, ma in verità se si è poco interessati all'espansione territoriale poco importa: il vostro impero è astratto. Lo componete di territori, città, ricerche scientifiche, ma non perdete nulla di tutto questo per sconfitta militare. La mappa e la lotta per il suo controllo possono però darvi punti vittoria, risorse e denaro. A ogni cambio di epoca le forze in campo "evaporano" parzialmente, simboleggiando lo scomparire delle antiche civiltà e il sorgere di nuove potenze (che sono comunque sempre interpretate dagli imperi dei giocatori).

Nota: Guardiamo un po' di cose che possono dare un "feeling" del gioco. Potete vedere la mappa e qualche altro elemento nella foto che ho scattato: osservate la zona mediterranea in bianco, è l'unica giocabile all'inizio. Il Mare Mediterraneo tra l'altro è un territorio e con due cubetti gialli lo controllo io, il che mi darà come premio due punti cibo, i pallini grigio azzurri disegnati circa nella posizione dell'isola di Malta. Un'altra linea diritta di pallini grigio-azzurri che tocca il nord Europa è il tracciato che tiene conto del cibo di tutti gli imperi. Il cibo è una preoccupazione costante nel gioco, perché le città mangiano e non ne producono. Il tracciato numerato che circonda la mappa è il conteggio dei punti di vittoria: quando ho scattato la foto il mio indicatore giallo era su 41 (sotto il bianco) ed ero quindi ancora secondo: poi ho avuto una debacle. Altre immagini e commenti riguardo questo bel gioco da tavolo li trovate sul sito in inglese Boardgamegeek

Tutto quello che fate nel turno di gioco è in alternativa ad altre ghiotte opportunità, come in Age of Empires, un gioco da tavolo che ho trovato abbastanza somigliante, sia per il meccanismo del turno che per il numero limitato e predeterminato di turni giocabili, che per l'esplosione finale di opportunità di cogliere punti vittoria.
Alcune delle vostre acquisizioni sono molto costose, come le città. Richiedono un mantenimento futuro, consumano cibo a ogni turno, ma danno un ricco bottino in termini di punti vittoria, perciò non è possibile trascurarle.

I territori hanno a volte dei costi e, sempre, dei benefici. Ad esempio le pianure (rappresentate da campi coltivati) danno cibo, le montagne danno risorse che possono essere scambiate per denaro (o altro), eccetera. I territori nessuno ve li porta via e non dovete pagare per mantenerli.

Le scoperte scientifiche, che hanno molti risvolti (politici, militari, economici e anche in termini di puri e semplici punti vittoria) sono destinate a sparire con il cambio di epoca, a meno che non paghiate denaro sonante per tenervele strette.

Aggiungo che il meccanismo del turno (non ve lo spiego) è fatto in modo da introdurre parecchia suspence.
Personalmente alla prima partita di prova ho maturato una valutazione positiva su questo gioco, magari un po' reminiscente di altri titoli in circolazione ma con una personalità sua, e ho sbattuto il naso contro una delle realtà di Rise of Empires: preferendo aspetti che davano benefici a breve termine, ovvero l'espansione militare sulla mappa, mi sono trovato in ritardo nello sviluppo degli aspetti che possono dare un duraturo vantaggio e costruire la forza del proprio impero nel tempo. Da primo in classifica nella prima epoca ho quindi rimediato un ben modesto ultimo posto al termine della partita.

Un problema però esiste: la possibilità di interferire (spesso e volentieri) con quello che fanno gli altri giocatori fa sì che in questo Rise of Empires si finisca inevitabilmente per dare la caccia al primo, se c'è un giocatore che sta nettamente prevalendo, e quelli che sono tagliati fuori dalla lotta per la vittoria, negli ultimissimi turni, assumono facilmente il ruolo di "kingmaker", ovvero le loro scelte possono essere decisive per scegliere chi andrà a prevalere fra i giocatori in lizza per la vittoria.

venerdì 15 gennaio 2010

Avatar


Sono corso a vedere Avatar al primo spettacolo disponibile e posso dire di non esser rimasto per niente deluso dalla grafica e, per così dire, dall' "esperienza" del film. L'immersione nel mondo immaginario creato da James Cameron è stata tale che ho avuto le vertigini mentre i personaggi correvano tra rami di alberi alti sul terreno, e a un certo punto ho fatto uno scatto per non prendermi un candelotto lacrimogeno in faccia.
L'affermazione che questo film possa essere una pietra miliare del cinema sa un po' di sparata, ma non è del tutto sballata: il film non è perfetto al 100% ma tutto sommato non sa molto di grafica al computer, e la sensazione che quello che vedi sia vero è qualcosa di abbastanza convincente, concreto: va visto per capire. Questo progresso e l'uso del 3D sono probabilmente un tentativo di fermare la pirateria, che ha minato i guadagni delle case cinematografiche: in effetti un film del genere va decisamente visto al cinema.

La storia è la solita favoletta ecologista e pro-indigeni che tanto piace agli occidentali, un esempio clamoroso di lacrime di coccodrillo, se si pensa che lo sterminio degli indigeni qui (da noi, sul nostro pianeta!) non si è mai fermato e continua anche in questo stesso istante con la sbrigativa eliminazione di tante popolazioni fedeli alla natura e alla terra; eliminazione che procede irreversibilmente nella foresta amazzonica, e immagino non solo lì.

[anticipazioni sulla trama] La tematica del film, che parla delle peripezie di un marine paralizzato, in bilico tra la lealtà alla sua gente (che è venuta a sfruttare le ricchezze minerarie del pianeta Pandora) e la nuova vita entusiasmante che ha scoperto come spia infiltrata fra i nativi da sfrattare o ammazzare, ha richiamato in me la memoria di un fatto storico (anche se la somiglianza non è completa): l'ascesa di Gonzalo Guerrero nel mondo dei Maya, da prigioniero a seguito di un naufragio, chiuso in una gabbia, a capo di villaggio e leader militare, che combatté i colonialisti di Pedro de Alvarado (un crudele ufficiale di Cortes) e morì per il popolo che lo aveva adottato. Ci sono anche possibili influenze dalla storia di Pocahontas, visto che è una bella fanciulla seminuda dalla pelle blu a insegnare lo stile di vita eco-compatibile degli indigeni al nostro marine (adottato dalla tribù); inoltre è sempre lei che gli salva la vita all'inizio del film.
Mi viene anche pensare che il successo dei Na'vi (nativi) in Avatar non dovrebbe essere di lunga durata. Un Avatar II è già previsto, non so con quale trama, ma credo che la sceneggiatura più credibile sarebbe un ritorno dei terrestri e un bombardamento dall'orbita per qualche mese con armi nucleari, radiazioni, napalm e chi più ne ha più ne metta, per poi raccogliere il minerale prezioso che ha suscitato il loro interesse senza indigeni dalla pelle blu (e un intero ecosistema che si ribella) a rompere le scatole.[fine anticipazioni]

Del resto la formula di Cameron per fare il film di più grande successo della storia l'abbiamo già vista con Titanic: una storia semplice (magari raccontata bene e con bravi attori) che possa attirare il più largo spettro sociale e demografico possibile, e un uso di effetti speciali senza badare a spese. Su questo aspetto Avatar non è una novità ma il ripetersi di una formula collaudata.
Comunque la capacità di coinvolgere di questo film merita senza dubbio una visione sul grande schermo. Quando poi si usassero cotanti mezzi per raccontare una storia più originale o più profonda, sarebbe un bel giorno.

lunedì 11 gennaio 2010

I Pirati dell'Oceano Rosso

Con il titolo in lingua originale di Red Seas under Red Skies, tradotto in italiano dalla Nord come I Pirati dell'Oceano Rosso, la mano di Scott Lynch ha proseguito le avventure di Locke Lamora e dell'amico Jean, unici rimasti del gruppo dei Bastardi Galantuomini (a parte un misterioso personaggio femminile che è a quanto pare l'amore perduto di Locke).

E' un fantasy abbastanza particolare, viscerale e intriso di parolacce, sangue, vomito e altri umori. Ha una ambientazione del tutto mediterranea e prevalentemente italiana, in questo secondo libro è ancora più evidente nei nomi, che sia pure storpiati con qualche lettera raddoppiata e qualcuna tolta, per lo più sono nomi di casa nostra. I protagonisti vivono di furberie e carognate (anche se sono fin troppo moralisti quando si tratta di essere corretti fra loro). Insomma siamo decisamente nel low fantasy, ma è un fantasy arguto e divertente.

Quanto allo stile narrativo di questo secondo volume della serie, direi che è più evoluto che non in passato. Non ripeto qui le osservazioni fatte per Gli Inganni di Locke Lamora, dirò solo che lo scrivere scorre meglio, e ad un certo punto si abbandona (per fortuna, perché qui non ci stava molto bene) la pratica di alternare capitoli di antefatto con i capitoli della storia.

La trama invece ha qualche problema. Nei Pirati dell'Oceano Rosso i nostri anti-eroi si avventurano per mare, e la serie di eventi per cui vi finiscono ha, mi sembra, una logica un po' stiracchiata. Anche il finale, vivace e fulminante ma abbastanza compresso (vista la necessità tirare in breve le fila di una lunga storia) ha i suoi inciampi, soprattutto nel fatto che ad un certo punto gli amici o i potenziali alleati di Locke e Jean diventano fin troppo disponibili ad aiutarli e i nemici fin troppo stupidi e facili a farsi fregare quando invece sembrava che avessero tutte le migliori carte in mano.
La parte avvincente è fondamentalmente quella che si svolge in mare, e c'è una battaglia navale indimenticabile. Il finale lascia una questione in sospeso, ed è una questione mica da poco.

Aggiungo un particolare che risalta di più in questo libro che non nel precedente. Il mondo di Locke Lamora è unisex, i soldati e i marinai sono indifferentemente maschi e femmine. Questo è più o meno lo stesso scenario che trovo in telefilm come Battlestar Galactica e non mi dà alcun fastidio visto che lì si tratta di un'ambientazione fantascientifica dove la modernità e l'aiuto della macchina hanno reso superflua la forza fisica del maschio.
Nel fantasy invece vorrei una spiegazione, visto che seppure non è il nostro mondo, si tratta di un mondo faticoso e duro: ma con Scott Lynch non ce l'ho. Penso che sia accettabile e opportuno per la maggior parte dei lettori, e che dia la possibilità di avere graziosi personaggi femminili ad allietare il panorama; insomma una specie di politically correct da gioco di ruolo.
Mi si consenta di starmene in minoranza ed esserne infastidito.

Conclusione: come spesso accade, non mi è facile dare una valutazione sintetica di un libro (e invidio quelli che usano con disinvoltura le stelline di aNobii o che sanno dare voti numerici ai libri che recensiscono). Con questi Pirati dell'Oceano Rosso ho trovato parti entusiasmanti e particolari poco graditi o curati meno bene, perciò il mio commento è necessariamente articolato. Se mi chiedessero: ma allora questo libro lo raccomandi o no? direi che se è piaciuto il primo si deve provare anche il secondo e se avete amato i protagonisti alla fine sarete contenti di aver letto anche questo.
Anzi credo che, se e quando uscirà e verrà tradotto, non potrò che leggermi anche il terzo della serie.

martedì 5 gennaio 2010

Tre anni di premi, cosa posso immaginare?

Parto proprio dal mio "Premio Immaginario" per pormi due domande: che impressione ho avuto da questi tre anni di letture, e quale ritengo sia il livello del nostro fantasy. Per avere una panoramica dei libri che ho letto, c'è il link qui a destra.

Senza tornare ad analizzare questioni di cui ho già parlato, confermo la mia impressione sulla mancanza di una caratteristica che unifichi il fantasy italiano e lo distingua: però non è necessariamente un male (la carenza di autori davvero validi lo è, ovviamente). La maggior parte del fantasy italiano (non necessariamente la maggior parte dei titoli, ma quelli che vendono qualcosa) è roba per ragazzini, semplicistica, pubblicata da case editrici che forse sperano di ripetere il colpaccio di Licia Troisi o di pescare in un laghetto dove qualche guadagno forse si riesce ancora a tirare su. Laghetto che gli addetti ai lavori però a volte non conoscono, o che snobbano con distacco intellettualoide.
Ma quello non è il fantasy che mi interessa. Essenzialmente mi occupo di quello che (ed è la minoranza) faticando a imporsi all'attenzione degli editori e a trovare la strada della pubblicazione, cerca di rivolgersi a un pubblico (anche) adulto.

Dal 2006, anno in cui ho deciso di riprendere in mano il mio romanzo (quel Magia e Sangue che riesce ogni tanto a classificarsi nei concorsi ma non ancora a vincere) ho letto parecchi libri di italiani. Dopo un po' di tempo, se voglio tirare le somme ed esprimere un parere, devo dirmi moderatamente deluso. Moderatamente perché non credo che sia tutto letame il fantasy pubblicato a casa nostra e spesso è evidente che le idee ci sono, e talvolta anche una buona capacità di esprimerle. Tutto sommato però lo scrittore italiano in generale ha poco in mano il mestiere, se paragonato agli stranieri che leggo (prevalentemente anglosassoni, esordienti non esclusi, e letti spesso in lingua originale).

Intendiamoci: non ho la mania delle norme di scrittura creativa o il culto dello show don't tell. Molti scrittori italiani non conoscono le regole canoniche che vanno per la maggiore, ma anche gli stranieri spesso ne fanno a meno, perciò la mia è una impressione generale di lettura e basta. In generale lo scrittore italiano è meno scorrevole, più incerto e meno divertente. Insomma c'è parecchia strada da fare.

Anche le scelte degli editori qualche volta mi lasciano perplesso, a dir la verità. Nel senso che, se è vero che capisco (magari di malavoglia) che cerchino di sfruttare la moda degli scrittori ragazzini o di un certo stile giovanilistico che esiste oggi, producendo una massa di libri che io personalmente non ho voglia di leggere, è anche vero che quando si cerca di uscire con qualcosa di più (ovvero libri per adulti e con qualche pretesa di qualità), il risultato è assai incerto.
Più di una volta titoli usciti per un editore valido o validissimo, e osannati come se fossero chissà che cosa, non mi sono affatto sembrati superiori alla media degli esordienti italiani. A volte si scopre di meglio negli angoli più nascosti: tra chi pubblica con case editrici minuscole o addirittura a pagamento.


A sinistra: critico letterario italiano




Dulcis in fundo. Se proprio devo tirar fuori dei nomi, fra i libri letti in questi anni il miglior esordiente trovo che sia Francesco Barbi con il suo Acchiapparatti di Tilos. Tra gli scrittori già affermati, il libro per me migliore è Pan di Francesco Dimitri.
Sempre fra le mie letture (italiane e fantastiche) di questi anni, gli unici scrittori di levatura internazionale mi sono sembrati il suddetto Dimitri e Valerio Evangelisti. Oltre, ovviamente, a Italo Calvino, visto che ho di recente letto anche uno dei suoi libri di argomento fantastico, ma è gloria di parecchio tempo fa...

Continuerà il Premio Immaginario? Come al solito, è in forse. Ho un grosso arretrato di libri stranieri da leggere e il 2010 potrebbe essere l'anno in cui cercherò di recuperare il ritardo.

sabato 2 gennaio 2010

Scacco matto al DRM


Parlo in effetti solo del Kindle 2 di Amazon. Non posso dire di considerare la pirateria "giusta" come fanno certi teorici del tutto gratis; non posso nemmeno dire, ahem, di essere senza peccato, però se c'è una cosa che davvero non mi piace è l'uso di congegni astrusi (e sfavorevoli all'utente) come il DRM per difendere il diritto d'autore.

Aggiungiamoci che Amazon non riscuote le mie simpatie, per via di una controversia con il "customer service" di Amazon.uk, in cui gli addetti mi trattarono a scarpate in faccia, e avevo ragione. Va be', è una cosa dannatamente personale, lo ammetto.

Però, dopo aver sommato tutto questo, potrete capire che mi ha fatto molto piacere quando ho letto che il meccanismo di protezione degli e-book di Amazon è già stato aggirato.

Tanti auguri al DRM.

venerdì 1 gennaio 2010

Rinascimento e arte della guerra


Con il fantasy non c'entra, con la fantascienza nemmeno... insomma ho letto The Renaissance at War di Thomas Arnold solo per il gusto di informarmi un po' meglio riguardo all'arte militare.
Dico una cosa però: l'idea di un fantasy dove l'elemento magico si mescoli ai picchieri in formazione chiusa o agli archibugi, alle meraviglie architettoniche e artistiche e alle artiglierie, non mi fa più completamente ribrezzo come poteva essere qualche anno fa. Sono elementi da mescolare con cura però. Probabilmente per il fantasy le ambientazioni dove le armi da fuoco e la scienza non hanno ancora il sopravvento restano le più facili.

Riflettere sulla rivoluzione militare del Rinascimento può comunque essere utile per chi è impegnato sul fronte del worldbuilding, ovvero dell'immaginare mondi. Certe rivoluzioni sono avvenute lentamente, con tanti passi falsi. Il Rinascimento però secondo questo libro si pone come un'epoca che ha preso una direzione precisa: epoca in cui una nuova razionalità e un nuovo interesse verso il periodo classico si unirono a modificare profondamente il modo di rapportarsi dell'uomo verso le arti e le scienze, e da lì trasse inizio una riforma militare (oltre a quelle culturali e religiose, ovviamente) che ha posto le basi per l'epoca moderna e per il temporaneo predominio dell'Europa sul resto del mondo.

Oltre a queste interpretazioni storiche il lettore troverà interessanti disquisizioni tecniche su armi, armature e fortezze, e diagrammi relativi a un bel numero di battaglie, molte delle quali avvenute proprio nel nostro paese. Vediamo alcuni punti salienti.

Le armature giunsero in quest'epoca a una perfezione mai vista prima eppure erano destinate a declinare, come la classe sociale che ne faceva maggiore uso, quella dei nobili. Essi dovettero adattarsi e trasformarsi da guerrieri in ufficiali, mestiere completamente diverso. L'arte del condurre un esercito passò dall'ispirare un'orda confusa alla carica per infilarsi poi nel folto della mischia a scambiare mazzate, a una scienza del comando molto precisa, con elementi di logistica e di matematica, dove la razionalità e il sangue freddo avevano la meglio sul coraggio sanguigno del guerriero.
Ha inizio infatti in quest'epoca una diversa disciplina degli eserciti, ispirata in parte all'antichità classica e all'arte della guerra degli antichi Romani, con l'uso di complesse formazioni da battaglia. Queste servivano ad permettere una migliore azione di comando e a ottimizzare l'uso delle armi da fuoco, permettendone allo stesso tempo la protezione a opera degli elementi ancora dotati di armi bianche (generalmente picche in quest'epoca, seguendo gli esempi svizzero e spagnolo).

La cavalleria declinava, diventando sempre meno fondamentale nella battaglia, e finiva anch'essa per dotarsi di armi da fuoco.

Quanto alle artiglierie, la loro lenta evoluzione segue il miglioramento non sempre velocissimo della metallurgia: l'italiano Carlo Cipolla in Vele e Cannoni ha parlato di questa rivoluzione tecnologica, affiancandola a quella della navigazione per esporre i due cambiamenti chiave che hanno creato la supremazia europea.

Ricordiamo che nel '500 l'Europa (la cristianità, se vogliamo) era ancora sulla difensiva contro il temibile risveglio espansionistico dell'Islam, portato avanti dall'Impero Turco. Ma se da una parte si cedeva terreno contro i nomadi venuti dalle steppe e il loro vitalismo espansionista (non privo di una certa curiosità per le tecnologie peraltro, sia pure con l'intermediazione di specialisti europei rinnegati), dall'altra era già iniziata quella rapace corsa europea verso le Americhe, verso l'Oceano Indiano, che avrebbe cambiato completamente il contesto e chiuso l'epoca in cui il Mediterraneo era il centro del mondo (quello occidentale, per lo meno).

Cambiamenti che interessarono ovviamente anche l'Italia. Patria dei più grandi navigatori e tecnici, costruttori di armature e di fortezze e teorici dell'arte militare, patria ricca di arte e storia e a quei tempi anche benestante rispetto al resto dell'Europa. Divisa in un sistema di principati che creavano una situazione di continuo stallo fra loro, destinata ad essere spazzata via dai moderni stati nazionali che fecero della penisola il loro campo di battaglia. Condannata a un declino di cui molti avevano una consapevolezza impotente, proprio nel momento in cui le sue espressioni artistiche raggiungevano il vertice.

Insomma, proprio un periodo interessante, un cambiamento epocale che ha travolto la visione del mondo dei propri contemporanei. Mi chiedo, oggi forse viviamo uno stravolgimento analogo e non vogliamo rendercene conto?

Conclusione: breve e introduttivo, purtroppo solo in inglese, questo The Renaissance at War lo consiglio per una infarinatura rapida ma non superficiale sull'argomento.