Ho già
scritto qui cosa ne penso dei lettori di ebook e dell'annunciata
rivoluzione digitale che potrebbe portare il libro cartaceo a crollare da mezzo dominante della lettura a preferenza retrograda di uno zoccolo duro. L'argomento merita qualche aggiornamento.
A conferma che il processo di digitalizzazione della lettura non impiegherà poco tempo è venuto un articolo sui giornali di pochi giorni fa riguardo agli studenti che restituivano i lettori
Kindle avuti in prova da Amazon, affermando che non è possibile usare il lettore di ebook come mezzo per studiare.
Posso ben crederci. Spesso i testi elettronici non hanno il numero di pagina e anche quando ce l'hanno il livello di zoom che stai usando può far sì che non sia sott'occhio. Il lettore ha le sue comodità: ti porta sempre all'ultima pagina che hai letto (e ti permette di mettere dei bookmark) ma
la sensazione fisica del libro, che puoi guardare valutando "ad occhio" a che punto sei, che puoi sfogliare soffermandoti su qualche parola per vedere se hai trovato il riferimento che vai cercando, è ancora ben lontana dal mondo simulato dei lettori. I libri di studio si sfogliano velocemente avanti e indietro, non sono romanzi che si leggono dal principio alla fine.
Questo non vuol dire che consideri i lettori un fallimento, tutt'altro. Ci tengo a precisare che dopo averne comprato uno
non l'ho chiuso in un cassetto. Sia pure in maniera non frenetica, lo uso e lo trovo piacevole, ma non è privo di difetti. Comunque, sembra che la tecnologia ci consegnerà a breve delle novità PAZZESCHE. Sarà vero? Aspettiamo e vedremo.
Quanto alle possibilità che la digitalizzazione aprirebbe all'editoria, sono sempre più convinto che siano almeno in parte positive. Questo perché, dopo essermi fatto un'idea di come le case editrici scelgono quello che pubblicheranno, ritengo che più possibilità ci sono di arrivare ai lettori, meglio è. Saltando i nodi della distribuzione alle librerie e del conquistarsi lo spazio fisico negli scaffali, la digitalizzazione è assolutamente uno sviluppo positivo e, diciamo, "democratico." Resta la minaccia di essere travolti da libri di pessima qualità che non hanno avuto il minimo controllo editoriale, che metta quantomeno la forma a posto, ma visto come questo lavoro viene svolto male (anche da case famose) non lo vedo più come quel grande problema.
Una tendenza di oggi, in cui lo scrittore deve "crearsi un'immagine" e diventare veicolo promozionale di quello che ha scritto, potrebbe essere accentuata con la digitalizzazione.
Non ne sono contento, sebbene ritenga che sia sacrosanto che uno scrittore vada a tenere presentazioni del suo libro, ecc... (vedi il mio vecchio post).
Ma trovo molto peggio la prospettiva che il mercato venga travolto dalla
diffusione di testi pirata.
Ok, detto questo, facciamo dei distinguo.
Distinguo n.1 L'imperialismo editoriale che alcuni distributori stanno cercando di mettere in piedi è anche peggio. Mi riferisco alle chicche come Kindle, di cui ho già accennato con antipatia nel post linkato all'inizio di questo articolo. Il ragionamento di Amazon è odioso. Vendo il mio lettore, creo il mio formato proprietario, ti vendo i libri con un semplice click e ti faccio un piccolo sconto. E guadagno un'enormità in più rispetto alla versione cartacea, mettendomi in tasca la maggior parte del risparmio che ottengo dandoti un libro digitale e non cartaceo. Lo considero scorretto e sconveniente per il cliente come vendere i film da scaricare con il DRM e altre scocciature simili. Credo però che questi sistemi non bloccheranno la pirateria, sia perché quelli che li escogitano sono troppo avidi, sia perché storicamente si è trovata sempre la contromossa che permette di aggirare le difese di un certo tipo.
Distinguo n.2 Quando un libro non è più in vendita sul mercato non vedo cosa dovrebbe fare uno che vuole leggerlo, se non cercare una versione digitale, quando sia disponibile.
Quello che rischia di succedere intorno all'editoria potrebbe essere non diverso da ciò che è successo alla musica.
Praticamente la vendita dei dischi rende poco o niente e bisogna inventarsi qualcosa di diverso (megaconcerti, ad esempio) per realizzare dei guadagni.
C'è chi applaudiva alla diffusione degli MP3 come un mezzo che dava possibilità ai giovani artisti e a quelli che cercavano di emergere, ma io ho letto più di una volta le lamentele proprio di quelli che cercavano di farsi un nome, che si trovavano a non avere nemmeno quel modesto guadagno che la vendita di poche migliaia di CD poteva dar loro. Il grosso artista spinto dalla casa musicale può galleggiare su altre fonti di guadagno meglio di quello piccolo (anche se ovviamente la perdita di reddito ai discografici brucia parecchio). Comunque la prova del nove, sia pure in forma del tutto opinabile, potrebbe essere questa: facciamoci la domanda:
dopo anni che la musica si diffonde praticamente gratis per mezzo del peer to peer, l'offerta che trovi in giro è migliorata? So bene che per chi segue una piccola nicchia ben precisa e se ne frega del resto la domanda non ha senso. Ma per i tanti come me che non hanno (più) tempo né voglia di sofisticare sui gusti musicali, la risposta è evidente. Non siamo tornati a vera musica di veri artisti, quella che ormai da trent'anni non c'è quasi più. Siamo ancora e più che mai travolti dalle costruzioni a tavolino delle case discografiche.
Il peer to peer non ha guidato nessuna rivoluzione, e se ha fatto danni per la grande casa discografica probabilmente ha reso una vera impresa per gli autori minori il procurarsi da vivere con la musica (se parliamo degli stranieri: gli italiani tranne una manciata di nomi non ce l'hanno mai fatta).
Trasferendo il discorso all'editoria (che già non gode di ottima salute), e immaginando che i formati digitali diventino facilmente oggetto di diffusione peer to peer, il mio timore è che gli effetti siano di completa distruzione del mercato.
Paradossalmente, visto che pochi in Italia vivono scrivendo, il danno potrebbe essere relativo; all'estero molto più serio. Per i successi del
largo consumo non mi metto a piangere: se la prossima fatica della Rowling (o anche di Licia Troisi, perché no) guadagnasse un decimo di quello che guadagna di solito, sarebbe meglio. Certi fenomeni a volte ridicoli verrebbero ricondotti a dimensioni normali (nel senso che girandoci attorno meno quattrini, converrebbe meno pomparli con il marketing e la creazione di miti di cartapesta). Ma non ritengo giusto che uno scrittore minore o un esordiente non ci guadagni nemmeno quei cento o mille euro (ho scritto mille? mi sa che sono ottimista).
Come andranno le cose? I piccoli editori spazzati completamente via? I grandi ridimensionati, e però ancora lì?
Chi lo sa. Sarebbe una buona cosa? Penso di no.
Ma in un mercato di libri digitalizzati, senza più librerie e senza più distribuzione fisica, cosa sarebbe un piccolo editore? Solo uno che, con più o meno autorevolezza mette "la propria faccia" a sostegno di un autore.
Quale differenza tra un autore che pubblica con un editore del genere e uno scrittore che disperde il suo lavoro nell'
enorme nulla di mercati stile lulu.com?
Ultimissima considerazione: certe preoccupazioni magari sono solo inutili. Succederà quello che deve succedere, insomma, e qualche bel libro lo troveremo sempre.
Non è mica detto che ci debba essere un'industria che vende libri per raccogliere introiti. C'è stato un passato in cui le arti erano sostenute da pochi ricchi mecenati che sovvenzionavano generosamente gli artisti.
Vedo già nel mondo anglosassone tanti che, per il fatto di produrre materiale del genere più svariato (un sistema di GDR pubblicato su un sito internet, informazioni su questo o quell'argomento, un bel blog eccetera) provano a farsi ricompensare con un bel bottone "Donate" e un conto Paypal che riceve le offerte di chi vuole premiarli con qualche soldino.
Noi italiani siamo un po' pidocchiosi su queste cose, ma chi lo sa, questi sistemi potrebbero un bel giorno affermarsi anche da noi. Così gli autori pur non potendo imporre il pagamento dei loro libri potrebbero ricevere il contributo di tanti piccoli donatori, mecenati da qualche euro alla volta.
Ma ovviamente questo è il ragionamento di uno che, pur aspirando a pubblicare, si guadagna da vivere in un altro modo.