martedì 3 marzo 2009

I tranquilli fantasmi di Henry James


Mi sono interessato a questo scrittore (un americano che ha passato buona parte della sua vita in Inghilterra a cavallo fra '800 e '900) perché le sue storie di fantasmi e del sovrannaturale sono uno dei pilastri della letteratura che si occupa di questi fenomeni. I Racconti di Fantasmi di Henry James non si dedicano a urla e sferragliare di catene come in certi racconti tradizionali, ma nascono sempre da qualche estremo della vita reale, da un eccesso dell'emozione e del sentire umano.
Perciò le sue storie scavano nei fatti e nei motivi, i suoi personaggi diventano a volte degli indagatori che cercano di chiarire misteri con cui sono venuti ad avere a che fare magari per caso, ma poi tutto si risolve in maniera assai poco spettacolare e le apparizioni sovrannaturali sono molto scarse e rarefatte. Lo stile di James è gradevole, i racconti sono dettagliati e a tratti molto descrittivi, spesso introspettivi e profondi. Certo si dilunga, insomma è letteratura figlia del suo tempo, ma devo dire che anche là dove si sofferma più del necessario l'ho trovato gradevole. Sarà che la forma racconto spezza sempre la lettura in tante trame e tanti finali, e permette di digerire meglio anche uno scrivere un po' antiquato; confesso poi di amare gli scrittori dell'ottocento anche se una notevole eccezione la riscontro proprio con uno che la scuola ha messo ripetutamente nel mio cammino: Manzoni.

Il problema per me è stato che queste letture sono piacevoli (a volte con allegorie interessanti) ma scarseggiano un po' proprio in fantasmi ed eventi misteriosi. Generalmente l'intervento del paranormale è magari importante ma poco appariscente: facendo il paragone con un altro celebre autore americano, Edgar Allan Poe, sono del parere che senza dubbio troveremmo il secondo molto più efficace ed incisivo. Chiaramente bisogna fare le debite distinzioni, Poe è un antesignano del genere horror, mentre James non aveva, come abbiamo visto, l'ambizione di mettere sotto shock il lettore: ma uso questo paragone per far capire che il brivido è l'elemento che un lettore (soprattutto moderno) si aspetterebbe di trovare in dosi adeguate, e invece con James manca quasi del tutto.

James è pertanto uno scrittore del reale più che dell'immaginario, vuole più parlare di una situazione familiare o sociale che di un fenomeno metafisico, anche se la spiritualità non manca nella sua opera. Temi romantici e amorosi abbondano, e insomma alla fine uno si rende conto di aver letto magari dei racconti anche bellissimi ma questi poveri fantasmi sono troppo annacquati.

E qui apro una piccola parentesi personale: il mio breve racconto che è stato pubblicato su Writers Magazine (vedi il post precedente) aveva avuto un riscontro non del tutto lusinghiero, in fase di editing, con la richiesta di creare un finale più vivo e più originale, ma poiché avevo espresso quello che dovevo esprimere senza particolari avvenimenti non avevo da proporre nessun colpo di scena finale (che, mi par di capire, è una caratteristica predominante tra i racconti di quella rivista). Perciò ho migliorato un po' quella parte ma il racconto è uscito così, una storia di fantasmi senza il fantasma (diciamo una storia ambigua, forse con, forse senza...): quello che mi ero sforzato di esprimere era solo il sentire del protagonista e le sue tribolazioni. Leggere Henry James mi ha fatto capire, dal punto di vista del lettore, che questo tipo di ambiguità può creare delle aspettative che magari finiscono per deludere il lettore.

Pertanto cosa posso dire a chi fosse incuriosito da questo scrittore? Consiglio senz'altro di leggerlo perché è un autore di grande talento e sensibilità, tanto più se siete interessati al periodo e avete una certa formazione alle spalle che vi consenta di capire e contestualizzare. Se però nei vostri studi avete letto poco e male, e avete odiato i classici, magari è meglio lasciare perdere.

domenica 1 marzo 2009

Come un angelo caduto dal cielo

Non sarà niente di che, ma ho avuto la soddisfazione di vedere un mio racconto pubblicato sull'ultimo numero di Writers Magazine (lo trovate qui), devo ammettere che questo mi ha fatto molto piacere.

Se vi va, procuratevi la rivista e leggetelo, ma vi avverto che è una storia malinconica e triiiiste.

giovedì 26 febbraio 2009



Ci sono libri che per un motivo o per l'altro si finisce per non riuscire mai a leggere nonostante abbiano suscitato il nostro interesse, nel mio caso diverse opere di Philip Jose Farmer hanno avuto questo destino. Di lui mi ha folgorato Fabbricanti di Universi, letto quando ero ragazzo, ormai parecchi anni fa. Uno stile a volte incostante, frettoloso, qualche svarione nella costruzione delle ambientazioni, ma la capacità di costruire mondi e storie che incendiano la fantasia, che ti riempiono di voglia di andare avanti a scoprire di cosa si tratta. Idee bizzarre, spesso sorprendenti, un incredibile senso dell'avventura: tutte le prove di una incontenibile voglia di raccontare. Farmer l'ho sempre immaginato come un entusiasta dalle mille risorse, uno che veramente si divertiva a scrivere, ed è per questo che lo piango oggi che non c'è più.

martedì 24 febbraio 2009

La Strage degli Innocenti, seconda parte

Il gioco La Strage degli Innocenti è molto semplice e si presta facilmente a modifiche. Ho pensato ad introdurre una fase magica per renderlo più eccitante. Perciò è possibile giocarlo con queste regole facoltative aggiungendo come componente materiale un comune mazzo di carte da Poker.

1 - Componenti aggiuntivi
Per prima cosa scartiamo gli 8,9 e 10 e vediamo cosa abbiamo introdotto. Il mazzo di carte da Poker ha 4 semi (Picche, Cuori, Quadri, Fiori) ciascuno con queste carte:
Asso
numeri 2-3-4-5-6-7
Jack (Fante)
Donna
Re

e inoltre ci sono due Jolly.
Tutte le carte tranne quelle coi numeri avranno un effetto particolare. Alcune carte sono opponibili, ovvero il giocatore che ne subisce l'effetto può cercare di evitarlo, e vedremo come.

2 - Distribuzione delle Carte
Prima della partita ciascun giocatore pesca quattro carte. Ad ogni turno, quando tira il dado per determinare quanti PA (punti azione, vi ricordate?) può spendere, pesca altre due carte. Quando il mazzo è terminato si rimescolano le carte giocate in precedenza, e si riutilizzano.

3 - Gioco delle Carte per effettuare Incantesimi
La FASE MAGICA in cui il giocatore può usare le carte è successiva al proprio movimento e combattimento, ma precede la fase di Piazzamento e Movimento degli Orchi.
Il giocatore può effettuare un Incantesimo (uno solo per turno) giocando le carte come segue:
Asso: Fulmine Magico. Il giocatore sceglie un orco o un mezzelfo che vuole eliminare, e lo toglie dalla mappa. Questo incantesimo è opponibile se viene usato contro un mezzelfo.
Jack: Immunità. Gli altri clan non possono attaccare i mezzelfi del giocatore con i propri mezzelfi, né con il Fulmine Magico: il giocatore pone la carta davanti a sé per ricordare che gode di questo privilegio. L'incantesimo non è opponibile ma può essere rimosso in seguito. Gli altri giocatori, al proprio turno e durante la fase magica, possono giocare liberamente delle carte con numeri per eliminare l'Immunità, ponendole vicino al Jack: quando queste carte superano 10, l'Immunità è tolta purché ci siano anche almeno TRE SEMI diversi. Le carte possono essere giocate da giocatori diversi, ovviamente.
Donna: Metamorfosi. Questo incantesimo è opponibile: il giocatore sceglie un folletto che è nella stessa casella di un mezzelfo avversario, e lo trasforma in un orco che ammazza il mezzelfo che lo stava accompagnando. L'orco deve venir preso da quelli fuori mappa, ma se non ce ne sono può esser tolto dalla sua posizione sulla mappa e spostato nella casella della metamorfosi. L'orco elimina così sia il folletto che il mezzelfo presenti nella casella.
Re: Maledizione. L'incantesimo è una potente maledizione che elimina immediatamente dalla mappa fino a tre orchi, a scelta di chi lo lancia. Non è opponibile.
Jolly: Rivolgimento. Tutti i giocatori devono mostrare le carte, compreso chi effettua l'incantesimo. Egli può prendere una carta da un avversario, e può decidere di obbligare tutti i giocatori a scartare quelle di un seme a propria scelta (nota: uno uguale per tutti e anche chi gioca il Rivolgimento perde le carte di quel seme). Non è opponibile. In alternativa il Jolly può essere usato per un altro incantesimo non opponibile: Folletto Capriccioso: un folletto non accompagnato da mezzelfi viene mosso, anche in diagonale, di una o due caselle. Non può entrare in caselle occupate. Se arriva all'Area di Uscita, il giocatore che ha usato l'incantesimo se lo aggiudica come se lo avesse salvato con i suoi mezzelfi.

4 - Incantesimi Opponibili
Quando un incantesimo è opponibile può essere annullato e non avere effetto, se il giocatore che lo subisce riesce a contrastarlo giocando le sue carte con i numeri contro l'incantesimo. L'opposizione non è obbligatoria (chi subisce l'incantesimo può decidere di non opporsi o non avere i mezzi per farlo). L'oppositore deve almeno superare 10, sommando i numeri, per annullare l'incantesimo, e deve giocare carte di almeno due semi diversi. Il giocatore che ha lanciato l'incantesimo può, dopo aver visto le carte giocate in opposizione, giocare a sua volta i propri numeri, con le stesse regole (due semi diversi). Deve almeno raggiungere la cifra giocata dall'oppositore: se ci riesce, l'incantesimo non può essere annullato.

5 - Opposizione Irresistibile
In due casi speciali il giocatore che si oppone a un incantesimo può usare certe carte per opporsi in maniera irresistibile, ovvero l'incantesimo è senz'altro inefficace.
Il primo caso è l'uso del Jolly che si oppone sempre con successo a qualsiasi incantesimo opponibile.
Il secondo caso è l'uso della Donna contro la metamorfosi: se l'oppositore gioca una Donna di un seme superiore a quella che viene usata per la metamorfosi, la sua opposizione è irresistibile e la metamorfosi non si verifica. Per la superiorità dei semi si usa la regola del Come Quando Fuori Piove, ovvero Cuori è superiore a Quadri, che è superiore a Fiori, che è superiore a Picche.

6 - Rimescolare il mazzo
Tutte le carte giocate e scartate si riutilizzano rimescolandole quando il mazzo è finito, se la partita non finisce prima.

7 - Fasi
Per promemoria le fasi del turno di ciascun giocatore, dopo aver introdotto la magia, saranno così:
Tiro del dado per decidere i PA disponibili
Pescare due carte
Collocare i mezzelfi sulla mappa
Muovere e combattere
Fase Magica
Piazzamento e Movimento degli Orchi
Attacco degli Orchi
Strage degli Innocenti

lunedì 23 febbraio 2009

La Notte degli Oscar

Non l'ho mai seguita con grande trepidazione, l'assegnazione degli Oscar, ma devo dire che sono contento per la scelta di dedicare una statuetta a Heath Ledger. A parte tutte le possibili polemiche sul fatto che, essendo venuto a mancare, sia stato "favorito" nella corsa, credo che se lo sia meritato con una grande interpretazione.
Mi spiace un po' per Mickey Rourke...

venerdì 20 febbraio 2009

La Strage degli Innocenti

Vi propongo un semplice gioco per tre giocatori (è una mia ideazione). Oltre ad essere facile, si può creare la vostra copia del gioco con componenti che molto probabilmente avete già in casa.
Inoltre non mi dovete pagare niente per giocarci: cosa volete di più?
Mi scuso però per le foto illustrative, che sono decisamente scarse. Vi conviene cliccarci sopra per ingrandirle, altrimenti vi saranno poco utili (anche la scacchiera è decisamente miserella, una mini scacchiera da viaggio, purtroppo è la sola che possiedo). Farò di meglio la prossima volta, spero.

Premessa
La placida valle di Oz è stata invasa dagli orchi. I folletti del bosco devono essere portati in salvo dai clan guerrieri dei mezzelfi (simpatici esseri silvani con i capelli vivacemente colorati). I clan dei mezzelfi si dividono per colore dei capelli (logico, no?) e ogni giocatore controllerà un clan: rosso, verde, blu. Per rivalità e giochi di potere, ogni clan desidera salvare il maggior numero di folletti, ma anche impedire che i clan rivali ne salvino: perciò nel gioco i mezzelfi possono combattere fra loro (oltre che contro gli orchi). Ogni giocatore muoverà un clan di mezzelfi (e anche gli orchi, vedremo come). Vincerà chi porta in salvo più folletti.

Regolamento

1 - Componenti del gioco
Vi occorre una normale scacchiera (che chiameremo anche mappa, e rappresenta la valle di Oz); per rappresentare gli orchi potete usare gli 8 pedoni di un colore qualsiasi degli scacchi (ho scelto il nero per contrasto con i folletti, nell'immagine). 16 pedine bianche rappresentano i folletti da salvare. 6 pedine rosse, 6 blu, 6 verdi rappresentano i mezzelfi. Vi serve anche un normale dado. Per creare folletti e mezzelfi potete usare le pedine della dama, i sassolini di vetro colorato che vengono venduti per quattro soldi nei negozi, ecc...


2 - Piazzamento iniziale
I 16 folletti vengono posti nelle due righe di caselle in basso come vedete nella foto qua sopra. Queste due righe sono l'Area di Piazzamento. La riga all'estremo opposto della scacchiera (la fila di caselle più in alto nella foto) si chiama Area di Uscita. Per salvarsi i folletti devono arrivare all'Area di Uscita.
Gli orchi e i mezzelfi sono fuori mappa, all'inizio.

3 - Ordine di gioco

I giocatori tirano un dado per determinare chi muove per primo, chi per secondo ecc... (il tiro più alto sarà il primo giocatore, risolvete i tiri pari se necessario, finché avrete un ordine di gioco che si ripeterà per tutta la partita).
Ciascun giocatore quando tocca a lui effettuerà il turno compiendo varie fasi, come indicato oltre, e poi passerà la mano al giocatore successivo.

4 - il Turno di gioco
Procedete con le seguenti fasi, in ordine.
4.1 Movimento dei mezzelfi Per prima cosa il giocatore di turno tira il dado: il numero che ottiene sono i punti azione (da qui in poi abbreviato in PA) che può spendere nel turno.
Con i punti azione il giocatore può:
- Collocare mezzelfi del suo colore nella mappa. Ogni collocamento costa un PA: il giocatore prende un mezzelfo che si trova fuori mappa e lo colloca in una casella dell'Area di Piazzamento. Può collocarlo in una casella contenente un folletto o in una casella vuota (le uniche pedine che possono stare nella stessa casella sono: un mezzelfo e un folletto, altrimenti ciascuna pedina deve occupare una casella da sola). A ogni turno il giocatore può collocare al massimo DUE mezzelfi.
- Muovere mezzelfi del suo colore. Per ogni PA speso muove un mezzelfo di una casella (anche in diagonale), accompagnando un folletto se vuole. I folletti si muovono solo se un mezzelfo li accompagna. Vediamo un piccolo esempio: il mezzelfo di colore rosso spende 4 PA seguendo la mossa segnata con le freccette nere.

Il mezzelfo va a prendere un folletto e lo porta con sé (in direzione dell'Area di Uscita): perciò alla fine del movimento si troverà nella posizione evidenziata nella seguente immagine:

Tutto chiaro no? Precisiamo che il giocatore può muovere più di un mezzelfo, se i PA glielo consentono
4.2 Uscita dalla mappa Quando un mezzelfo accompagna un folletto fino alla fila di caselle dell'Area di Uscita, toglie il folletto dalla scacchiera: il giocatore lo pone davanti a sé per poter contare il numero dei suoi successi alla fine della partita. In questa occasione (ovvero: solo quando un folletto esce dalla scacchiera) il giocatore può, se vuole, togliere dalla mappa anche il mezzelfo che lo ha accompagnato (Nota: il motivo di questa regola è che, se al giocatore serve riportare il mezzelfo verso l'Area di Piazzamento, sarà meno dispendioso per lui recuperarlo con la regola del Collocamento sulla mappa piuttosto che farlo tornare indietro con il normale movimento).
4.3 Combattimento Il giocatore può, oltre che muovere, combattere. Uno dei suoi mezzelfi, con la spesa di un PA, può cercare di eliminare dalla scacchiera un mezzelfo di un clan rivale o un orco: bisogna tirare 5 o 6 con il dado, attaccando un avversario che si trovi in una casella adiacente a uno dei vostri mezzelfi; se avete successo la vittima va messa fuori mappa (orchi e mezzelfi possono essere nuovamente collocati sulla mappa in seguito). Il combattimento può essere eseguito durante il movimento. Se nell'esempio precedente il folletto che viene accompagnato dal mezzelfo rosso fosse stato in compagnia di un mezzelfo blu, il giocatore avrebbe potuto spendere 1 PA per avvicinarsi, uno per attaccare, e se fosse riuscito a eliminare il mezzelfo blu avrebbe potuto continuare la mossa, entrando nella casella del folletto e accompagnandolo verso l'area di uscita (la mossa sarebbe costata 5 PA anziché 4). Il combattimento può essere eseguito solo una volta per turno, e se non tirate 5 o 6 il vostro avversario rimarrà sulla mappa.
4.4 Piazzamento e Movimento degli Orchi Non è ancora finito il turno! Il giocatore deve collocare uno degli orchi sulla scacchiera prendendolo tra quelli che non sono ancora entrati in gioco o che sono stati eliminati in combattimento. Gli orchi si collocano in caselle vuote, fuori dell'Area di Piazzamento. Se tutti gli orchi sono già sulla scacchiera il giocatore muoverà un orco di una o due caselle, anche in diagonale se desidera. La fase di Piazzamento e Movimento degli Orchi è obbligatoria.
4.5 Attacco degli Orchi Il giocatore di turno deve far compiere un attacco agli orchi (non più di uno), se c'è almeno un orco che si trova adiacente a un mezzelfo. Se per caso gli unici mezzelfi che possono essere attaccati sono i suoi, il giocatore deve attaccare ugualmente. Con un tiro di dado di 5 o 6 il mezzelfo è eliminato.
4.6 Strage degli Innocenti A questo punto tutti i folletti che si trovano, senza essere accompagnati da un mezzelfo, in caselle adiacenti a uno o più orchi, devono tirare un dado. Quelli che tirano 6 vengono eliminati.
Esempio:

Ci sono quattro caselle segnate con una X rossa, dove si trovano dei folletti privi di protezione e adiacenti agli orchi. Essi vengono eliminati con un tiro di dado di 6. Altri due folletti, segnati con un pallino rosso, sono protetti da mezzelfi (un blu e un verde) e non tirano il dado.

5 Fine del Gioco
Ciascun giocatore, quando tocca a lui, esegue il turno come descritto sopra fino a che ci sono folletti che possono essere salvati.
Quando tutti i folletti sono scomparsi dalla mappa, o perché sono stati eliminati o perché sono stati portati in salvo, è terminata la partita. Chi ha portato in salvo più folletti è il vincitore, e in caso di pareggio fra due o più giocatori vince quello che ha più mezzelfi sulla mappa. Se anche considerando il numero dei mezzelfi ci fosse una parità, non c'è un vincitore.

Ovviamente si può tentare di giocare in quattro aggiungendo sei mezzelfi di un altro colore; con cinque giocatori credo proprio che la mappa sarebbe troppo affollata, e con due la partita non sarebbe molto divertente.
Sto provvedendo ad escogitare delle regole aggiuntive, ma per ora basta così. Spero che questo semplice gioco vi piaccia: non è niente di che, ma potrebbe essere utile per la serata in cui non volete affrontare nulla di troppo impegnativo. Se ci giocate, vi prego di commentare, e far sapere la vostra opinione.

(la seconda parte con alcune regole facoltative è qui).

mercoledì 18 febbraio 2009

I libri dei morti

Succede spesso e volentieri, che uno scrittore ci lasci prima di aver completato un lavoro. Lo stesso "partigiano Johnny" di Fenoglio, tanto per citare un caso famoso, è stato pubblicato da manoscritti non rivisti, anche se la storia di per sé era ultimata (ma si è dovuto ricomporla da manoscritti diversi). Ovviamente recuperare un libro come quello era doveroso. Meno doveroso magari per certi libri più commerciali, ma posso capire che gli appassionati vogliano una conclusione.
A me non piace Robert Jordan, trovo però dignitoso il modo in cui la moglie ha proceduto dopo la sua morte, incaricando uno scrittore già sperimentato di finire la saga dell'Occhio del Mondo secondo gli appunti di lui. Che poi la conclusione si spezzi in due libri distinti potrà giustamente far mormorare, ma si tratta comunque della conclusione scritta secondo le volontà di Jordan.

Meno gradevole la notizia che Tessa Dick, la vedova del famoso scrittore di fantascienza Philip Dick (la quinta moglie, per la precisione) si sia presa la briga di continuare un suo romanzo incompiuto: a suo dire seguendone "lo spirito" così come risultava da una lettera dello scrittore al suo editore. Tessa Dick ha al suo attivo un paio di pubblicazioni, nulla di memorabile, e non ha trovato un editore, perciò ha fatto ricorso al print-on-demand di Amazon. Notare anche che gli esecutori testamentari di Dick non sono per nulla coinvolti in questa produzione.

La domanda sorge legittima: non era meglio lasciare perdere?

sabato 14 febbraio 2009

Cosa sarà della carta stampata


Bazzicando per i siti dove si parla di lettori di ebook, spero sempre di trovare qualche novità piacevole. Invece no, i prezzi restano alti, qualche funzionalità si aggiunge, ma questi arnesi rimangono costosi, scomodi per molti aspetti, dotati di poche funzionalità. Alcune cose che possono fare non le fanno qui in Italia (comprare e scaricare libri direttamente). Altre limitazioni sono dovute al desiderio di monopolio dei fabbricanti (come Amazon e i formati di ebook proprietari per il suo lettore Kindle: Amazon mi stava sullo stomaco già prima, ora ho semplicemente un motivo di più).

Con l'esplosione dei notebook e di dispositivi sempre più piccoli per la connettività, ci sarà chi comincerà a chiedersi se i lettori facciano troppo poco e chi pretenderà che siano invece limitati ma perfetti nel fare quello che devono fare; chi si ritroverà disilluso dai troppi formati incompatibili e dalla lentezza delle operazioni.
I cataloghi delle librerie che offrono gli ebook recano sconti che sono nulla, in confronto con l'abbattimento di costi che comporta evitare di produrre e distribuire fisicamente il libro: caspita, pare che non ci vogliano credere nemmeno i distributori (che sono quelli che intascano la maggior parte del costo di un libro, e forse il motivo è proprio questo, non possono credere che un giorno potrebbero essere costretti a rinunciarvi). Insomma il libro di carta costa meno e hai meno paura di rovinarlo (e nessuna paura che te lo rubino, praticamente). Il lettore di ebook ha ancora degli standard incerti, funziona così così, costa parecchio e ti dà due belle preoccupazioni, quella di romperlo o fartelo rubare e quella che diventi rapidamente obsoleto.

Insomma senza inoltrarmi in tecnicismi penso che sia ancora prematuro sborsare cifre pesanti (mai sotto i 200 euro) per un lettore di ebook.
Tuttavia anche se questi apparecchi segnano il passo da molto tempo (e c'è chi li definisce già un clamoroso flop, ed è la rivista Computer World, insomma mica pizza e fichi...) penso che debba arrivare prima o poi la loro ora. Non sono certo in grado di prevederne i tempi io, ma avverrà che raggiungano (prima all'estero che da noi) una massa critica e diventino comuni e diffusi, insomma ce ne vorrà ancora ma probabilmente si verificherà una rivoluzione nel mondo dell'editoria. In attesa dei lettori di ebook, questo rivolgimento ha avuto qualche anticipo da un altro mondo, quello del print-on-demand, considerato da noi l'ultima spiaggia degli incapaci (a torto o a ragione), ma da cui effettivamente esce qualche libro degno di essere letto, e anche dei veri successi (questo però all'estero, non qui da noi).

Un altro terremoto, venuto dalla rete, ormai scuote già la libreria intesa come luogo fisico: ed era ora. Per adesso la libreria è ancora il venditore dominante, ma è un ruolo messo in discussione (mi sono preso la briga di fare la domanda su Anobii, il risultato è questo, ovviamente presso un campione di persone informatizzate, ma probabilmente buona parte dei lettori lo sono). La libreria, anche se enorme, non può offrire tutta la scelta, e quello che è esposto al pubblico (ovvero quello che alla fine verrà comprato) è soggetto a mille manipolazioni dove la mano del più forte ovviamente guadagna le posizioni più favorevoli e il libro della casa minore è spinto negli angoli bui e nascosti. Piano piano i lettori si sono accorti che una carta di credito ricaricabile è alla portata di tutti, e comprare online è comodo e facile. Anche in un paese disastrato come il nostro, i libri acquistati online di solito arrivano a destinazione. Tramite la rete è anche molto più facile sapere cosa c'è di nuovo e di interessante in giro. Insomma, farsi imporre dal libraio cosa comprare non è più una necessità, è un atto di masochismo cui non siamo più costretti.

C'è qualcuno che si rode dalla voglia di vedere editor e altri personaggi influenti delle case editrici ridotti alle pezze, girare per le strade con la tazzina per chiedere la carità. Io ho sempre pensato che, nella mia carriera (?) di aspirante autore, il passaggio per la casa editrice fosse obbligatorio. Se non si riesce a piacere a chi seleziona per professione, ha poco senso pubblicare.
Mettere un PDF in un sito internet l'ho sempre visto come buttare il frutto del mio lavoro. Nell'indistinto, indifferente, enorme contenitore della rete, dove tutto dev'essere gratis e poiché è gratis non vale più una cicca, dove difficilmente puoi trovare interesse o riconoscimenti ma intanto il tuo lavoro si brucia. Eppure forse questo cambierà.

Pubblicare per mezzo della "vanity press" lo credo in linea di massima una scorciatoia da vanagloriosi che non sanno accettare il verdetto degli esperti: ovvero che non meritano di essere pubblicati.
Vero però che gli "esperti" spesso sbagliano, o non valutano neanche la marea di manoscritti che gli arrivano. Si ha una manciata di secondi per essere valutati, forse meno. Vero che le Case Editrici fanno in nome del profitto delle scelte esecrabili, pubblicando per la massa del largo consumo del vero letame (e se qui posso sembrare altezzoso nei confronti del pubblico di bocca buona, così sia, ma almeno nei settori che seguo maggiormente ritengo di avere l'esperienza per fare qualche valutazione, e non disprezzo uno perché è giovane o non se ne intende: anche io ho amato a diciassette o diciotto anni delle opere di ben scarsa qualità, prima di sapermi fare un quadro della situazione).

Insomma, se mi fa un po' senso l'idea che il lettore sia un giorno esposto a un'immensa offerta indistinta, una libertà senza qualità in cui chiunque, senza mediazioni di alcun genere, dovrà proporre il suo lavoro per un acquisto (elettronico) diretto, è anche vero che il passaggio dalle mani degli "esperti" mi sembra tutt'altro che una griglia di selezione ineccepibile.

Quando tutti saranno ad un click dal pubblico, quando tutti i libri saranno elettronici, senza più il vincolo della distribuzione e dell'esposizione in libreria, come sarà? Gli editor professionisti saranno ancora consultati? Per un certo aspetto mi auguro di sì, perché una revisione professionale mi sembra ancora importante allo scopo di portare al pubblico un prodotto leggibile. Ma forse vedremo, e stiamo già vedendo, delle cose inquietanti.

Romanzi scritti sul cellulare, romanzi pubblicati tramite Facebook. Sembra che sia diventato più importante presentarsi in un modo originale e bizzarro che produrre un lavoro di qualità. E sembra che il pubblico decreti successi senza alcun riguardo per aspetti fondamentali come la sintassi, lo stile e la coerenza.
E' la democrazia. Sì? Come sarà, gongoleremo per la morte del collo di bottiglia rappresentato dalle grandi case? godremo di capolavori che in passato qualche editor accidioso ci avrebbe negato? o invece annegheremo in un mare di robaccia rimpiangendo i bei tempi andati?

Per gli esordienti ci saranno vantaggi o svantaggi? L'apparente posizionamento a pari livello di tutti i libri (tutti accessibili tramite la rete) sarebbe un reale vantaggio? Senza pubblicità, segnalazioni di voci autorevoli ecc... e in mezzo a un'offerta vastissima (vedi la marea di libri - scritti generalmente malissimo - che potete già oggi scaricare o comprare su lulu.com) il povero esordiente come farebbe a guadagnare più di due o tre lettori capitati per caso? La sua posizione di invisibilità (nel confronto con i nomi famosi o pubblicizzati) cambierebbe di qualcosa?

Cosa dovrà fare uno scrittore? Se non si sforzerà di inseguire ancor più disperatamente di oggi le mode, sarà possibile avere un pubblico? Dovrà inventare qualche novità a tutti i costi, come aver scritto un romanzo stando seduto sul cesso?
Tutti gli autori si ridurranno a spammer e rompiscatole, cercando di guadagnarsi un pubblico tramite il cosiddetto marketing virale? Con il copyright come si metterà? Tramite il peer-to-peer è un po' laborioso scaricare un MP3 o un film dalla rete, ma per un testo è questione di attimi... quando tutti avranno un valido lettore di ebook in casa l'acquisto potrebbe diventare un evento più unico che raro. Si dovrà rinunciare a chiedere un pagamento per il proprio lavoro? C'è chi ipotizza che se ci fosse un sistema affidabile, il guadagno per lo scrittore potrebbe arrivare tramite le donazioni. Da una parte potrebbe anche piacermi se funzionasse: renderebbe più difficili (forse...) i fenomeni montati ad arte, meno redditizi i battage pubblicitari che creano i libri da milioni di copie vendute, spesso senza merito. Ma funzionerà? Ci saranno dunque milioni di libri gratuiti che aspetteranno le gentili offerte di chi si sente un "mecenate elettronico?" In tempo di crisi, (e di generale impoverimento della popolazione, al di là del fenomeno transitorio della crisi) quante ne vedremo di queste offerte?

Cosa faranno le grandi case per sopravvivere? Collegheranno altri contenuti (multimediali?) ai libri per renderli più accattivanti e avere in catalogo un prodotto che non può essere emulato da chiunque?
Forti della loro visibilità, avranno certamente ancora un ruolo di bussola per dare consigli per gli acquisti. Questa visibilità però sarà ben poca cosa riguardo all'avere la quasi assoluta padronanza del mercato del libro di carta. O no?

Può darsi che diventeranno importanti i recensori o i siti che aggregheranno recensioni e pareri individuali per creare delle indicazioni mirate. Sarebbe un passo avanti, visto che adesso probabilmente la copertina è l'elemento che guida all'acquisto di una gran parte dei libri. Sarà anche una lotta all'ultimo sangue per conquistare la visibilità come fornitori di opinioni qualificate?

Insomma, siamo in un mondo in trasformazione. Si trasformasse mai in qualcosa di meglio, fatemi sapere...

Il sito di Simplicissimus, autorità sugli ebook di casa nostra.

mercoledì 11 febbraio 2009

Perché non sono Liquido



I primi commenti alla mia arrabbiatura per essere stato "arruolato" a mia insaputa sul Valorizzatore di Liquida rimandano a una verità ovvia (tanto che l'avevo anticipata io stesso) ma non poco importante: gli amici mi fanno notare che dall'inclusione in questo portale (chiamiamolo così anche se il termine potrebbe magari non essere il più preciso) il mio stesso blog può ottenere maggiore visibilità.

Mi rendo conto che nella mia placida ignoranza ritenevo di aver migliorato in pochi mesi i miei accessi (da 800 e rotti in agosto a 2260 in dicembre, mese ancora non superato) per il semplice fatto che avevo eliminato il contatore di visitatori che aveva il "buco" di sicurezza, simpaticamente sfruttato da qualche pirata per inondare di malware i visitatori, una cosa che certamente non incoraggiava nessuno a venirmi a trovare. Potrebbe benissimo essere che il maggiore afflusso di visitatori sia almeno in parte dovuto a Liquida (ero già capitato su Liquida tempo fa, trovando dei link ai miei post, però, e forse sono un po' tardo o un po' troppo frettoloso, lo avevo scambiato per un altro blog che mi linkava... solo pochi giorni fa ho capito di cosa si trattasse).
Quindi non so se devo a Liquida parte del "successo" di cui ero contento, tanto più che avendo eliminato il contatore non vedevo più la provenienza delle impressioni sulle pagine.

Insomma posso avere ricevuto un effettivo vantaggio, non economico (i miei Google Ads non mi renderanno mai una cicca) ma di visibilità, e sarei sciocco a prendermela. Eppure no, non la vedo così. Non avrebbe senso se uno si rifiutasse di essere incluso dai motori di ricerca, ad esempio su Google... no, ma Liquida non è semplicemente un motore di ricerca né un aggregatore di feed.

Girando per la rete ho cercato di capire quale sia (in generale) il punto di vista commerciale sulla presenza dei blog. Scoprendo che i blogger italiani generano una enorme quantità di materiale, solo che la maggior parte "non è di valore" (per chi vuole trasformarlo in business) perché sono contenuti personali che non generano interesse. Tuttavia talvolta i post hanno un taglio interessante, o giornalistico, ecc... e può essere interessante farli leggere a un vasto pubblico. Insomma l'enorme massa di post dei blogger potrebbe essere una piccola miniera, se sfruttata bene, però le opinioni personali no, quelle non vanno bene.
A quanto pare Liquida ha pensato di guadagnare (con la pubblicità, vedi il filmato che è linkato oltre) offrendo al pubblico che non visita i blog una panoramica di articoli interessanti. Bontà loro, anziché portarsi via gli articoli si linkano ai blog, facendo arrivare dei visitatori.

Già a questo punto, chiedendomi perché ho aperto un blog, ho dei dubbi se davvero dovrei essere contento della visibilità fine a sé stessa. Io qui desidero esporre il mio personale punto di vista: oggi le informazioni sugli argomenti di cui parlo si trovano in un secondo dovunque in rete... ed è per questo che non mi dilungo sempre sui particolari (chi è il regista di un film, ad esempio: lo so sempre, non sempre lo scrivo) ma generalmente scrivo un commento dal mio punto di vista. Quello che faccio su Fantasy Magazine è diverso: salvo una manciata di approfondimenti e una intervista che ho realizzato, è un ripresentare ed eventualmente tradurre in italiano una serie di notizie che pesco dalle fonti più disparate, in modo che FM le organizzi, assieme al lavoro degli altri collaboratori, con un taglio "da rivista" per i lettori, dando un'idea di quello che succede di nuovo in ambito fantasy; talvolta c'è modo di approfondire e personalizzare un po', e stimolare il dibattito, talvolta si rimane alla notiziola nuda e striminzita, ed è normale che sia così.

Morale: se scrivo su una rivista (FM) non dico che i manga mi fanno quasi sempre schifo, qui lo dico. Ok? il blog è un discorso personale e, se è vero che a nessuno piace parlare da solo, i "contatti" fini a se stessi mi interessano fino a un certo punto. Quindi se qualche mio post che può avere un taglio più "da rivista" piace a un selezionatore e viene valorizzato, non mi metto a gongolare, perché sicuramente non passeranno altre cose che qui ho detto o voglio dire. Insomma Liquida prende ciò che gli serve quando gli serve, non mi dà veramente voce.

Quello che ho scoperto di questo portale è che alcuni collaboratori sono stati contattati e sono state offerte loro delle collaborazioni: ad esempio, questo è il blog di una collaboratrice di serie A, che viene pagata. Questo è un collaboratore già meno importante, sembra, (senza nessuna offesa al blogger che non conosco ma che prendo solo ad esempio), collaboratore che non è pagato ma almeno il sig. A. Santagata (quello che ha detto che dovevo essere io a chiedere di venir tolto dai loro link) si è degnato di avvisarlo che avrebbe valorizzato i suoi contenuti su Liquida.
Evidentemente il sottoscritto con Mondi Immaginari era un collaboratore di serie C, anzi non era nemmeno un collaboratore. Dal momento che non sapeva di esserlo.

Adesso vediamo un filmato in cui il nostro Santagata (verso il minuto e mezzo) ci spiega che è interessato ai contenuti di chi scrive con una certa frequenza e una certa qualità... noi non ci concentriamo come focus sul blog, ma sul post... secondo noi è importante spostare il focus da "devi conoscere alcuni blog"... se io sto cercando della Maratona di New York, vedere chi sta scrivendo della Maratona di New York... insomma, nonostante le belle parole sul creare un vantaggio per i blogger, e il fatto che qualcuno venga pagato, i blog vengono così sfruttati a pezzi e spersonalizzati, che è proprio il contrario di quello che mi interessa. Tanto più se questo viene fatto senza avvertirmi.

Perciò il fatto che non ci voglia stare non è un soprassalto di veteromarxismo o uno sputacchio sul vile danaro (oddio, potrei anche fingere di sputacchiarlo, visto che tanto denaro da qui non mi arriva: ma non è questo il punto e comunque mi guadagno da vivere in tutt'altra maniera). Il problema è che Liquida, un'azienda ovvero un soggetto forte, ha unilateralmente instaurato con il sottoscritto una relazione decisamente asimmetrica, dove io non ero informato del fatto che venivo valorizzato, e le visite che potevo ricevere in più potrebbero sì, eventualmente, trasformarsi in una conoscenza del mio blog da parte di qualche visitatore ma la maniera in cui i contenuti sono scelti e organizzati è impostata a tutta un'altra filosofia. Alla fine l'utente avrà più probabilità di sapere che ha fatto un giro su Liquida e letto qualcosa sul fantasy che di ricordare di aver letto qualcosa scritto da me.

Liquida si augura di guadagnare con gli spazi pubblicitari. Certo, eventualmente farebbero arrivare le briciole anche a qualche blogger... qualche. A queste condizioni io però non vedo cosa me ne possa fregare. Me ne avessero parlato, magari ci avrei potuto provare per un po', ma così davvero non va.

Quindi, l'ultima cosa che voglio è fare il criticone piagnone giustizialista scassapalle, e non voglio trascendere sui toni, ma Andrea Santagata non deve venire a scrivermi (come ha invece fatto ammesso che il messaggio sia autentico, ma ne ha tutta l'aria) che riteneva di avermi fatto un servizio. E si faccia un esame di coscienza sulla maniera in cui ha trattato quelli che gli forniscono i contenuti da valorizzare. Quanti saranno, senza nemmeno saperlo?

martedì 10 febbraio 2009

Un Tiro Perfetto



Esordire tramite Lulu.com è lavoro tra i più assurdi e disperati. Anche perché (esperienza personale, come cliente) se qualche raro lettore piazza un ordine, i libri possono anche non arrivare, nonostante da Lulu si impegnino volonterosamente a spedirli due volte.
Ecco perché, quando Adriano Allora ha annunciato sul suo blog la pubblicazione di Un Tiro Perfetto mi sono scaricato la copia digitale per poterlo leggere e dire la mia. In realtà, va precisato, l'autore non è Adriano Allora, che ha fatto da prestanome per un/una tal Seymour Seamoore (uno pseudonimo).

Cominciamo a dire che il libro parte malissimo. C'è una pagina di note che spiega l'esistenza di diverse razze intelligenti (ma con nomi piuttosto simili, per confonderti meglio), e riversa già una carriolata di noia sul lettore. E' come se lo scrittore dicesse: visto che non ho voglia di introdurti all'ambientazione del mio mondo, te ne anticipo un po', tieni: studiati questa paginetta, così dopo capirai meglio.

In effetti purtroppo la storia è molto legnosa, soprattutto all'inizio, proprio per questa ambientazione variegata, complessa e spesso spiegata poco e male.
Ogni cosa che succede è riferita a qualche Tradizione o a qualche altra particolarità storica, etnografica ecc... così otteniamo tanti riferimenti a questo mondo tribale e alle sue credenze e magie, abbiamo tutto salvo una trama che mostri davvero di andare da qualche parte (più avanti migliora, per fortuna). C'è evidentemente un mondo ben sviluppato alla base di Un Tiro Perfetto: purtroppo chi ha scritto il libro non ha saputo frenarsi ed esporre quello che era indispensabile, e ha voluto fare il compito in classe in cui ci spiega di tutto e di più. Io sono uno che alle ambientazioni ci tiene abbastanza, ma ci tengo anche all'equilibrio e al divertimento, e penso che il dettaglio di come i membri della tribù riescano a contare fino a x (non mi ricordo quanto) con le sole dita delle due mani sia una di svariate cose di cui ai lettori fregherà poco-niente (so che non ha fregato niente a me), e comunque entrar troppo in minuzie mi pare che tolga alla storia anziché aggiungere.

Meno sconcerto mi ha dato l'adozione del narratore onnisciente. Una comodità di cui lo scrittore farebbe meglio a fare uso scarso o nullo, forse, ma dire così è dogmatico; non si può sostenere a priori che sia sempre e comunque negativo (e ci sono mille esempi nel fantasy in cui lo si adopera). Però qui capita che sia usato male, ad esempio nelle scene in cui il punto di vista salta continuamente e in maniera disorientante da un personaggio all'altro. In una scena in cui lo scrittore voglia entrare nel pdv interiore di più di un personaggio nel giro di poche righe dovrebbe saperlo fare con molta buona grazia. Frank Herbert in Dune ci riesce. Un esordiente quasi di sicuro non ci riesce, quindi sarebbe meglio non provarci.

Un altro problema è la piattezza dei personaggi. All'inizio paiono più simboli che persone (Aessin, quello col titolo di Guida di morte, è l'energia e l'iniziativa, la capacità di innovare e di adattarsi alle situazioni, mentre l'anziano fa il conservatore, la Regina deve essere garante della tradizione ma pensa anche al bene del popolo, ecc...). Nel corso degli eventi molti di questi personaggi raggiungono una qualche individualità ma il libro resta stranamente poco emozionale, anche quando succedono cose trucide o i personaggi sfoderano epiteti di ogni genere.

Con tutto ciò, la storia è interessante (se no, mi sarebbe stato impossibile finire il libro): accade molto sia sul piano personale che su quello della società in cui i protagonisti si muovono. Si rompono degli equilibri che la tribù seguiva da tempo, si devono cercare nuove leggi, nuovi modi di vivere, bisogna affrontare un periodo in cui cambia tutto. Ci sono degli eroi e ci sono personaggi a cui ci affezioniamo: qualcuno ce la farà e qualcuno no. E' una bella trama. Ma per me il libro andrebbe riscritto da capo, cambiandone radicalmente lo stile.

lunedì 9 febbraio 2009

Ma guarda che bella pensata!

Nel marasma di internet m'è successa una cosa strana. I miei post, ho visto, vengono linkati, senza che nessuno mi abbia mai chiesto niente, da un sito che si chiama Liquida. Se cerco su Google cosa fa Liquida ottengo questa definizione: "Liquida valorizza le notizie, le foto e i video dei migliori blog, rendendoli ricercabili e maggiormente fruibili a tutti i navigatori della Rete"

In altre parole, io con i miei banner da disperati non ci guadagno niente: le vostre cliccate mi hanno reso ben... una dozzina di dollari in un paio di anni, ma per poter chiedere di essere pagato devo arrivare almeno a 50, quindi se ne parla verso il 2015. Vero che uso Google Ads solo come contatore di presenze gratuito, però m'infastidisce un po' il fatto che qualcuno (che certamente basa il proprio business sulla pubblicità, e immagino che ci riesca veramente) anziché lavorare per crearsi i propri contenuti mi "valorizzi" senza che che io ne abbia alcun ritorno; insomma al posto di "valorizzare" sostituirei il verbo "fregare" per quanto immagino che sia tutto regolare da un punto di vista legale. Magari se protesto mi possono dire che sono loro che regalano visibilità a me!
Mi si potrebbe anche far notare che da tempo scrivo gratis per Fantasy Magazine. Già, ma quella è una MIA scelta...

venerdì 6 febbraio 2009

The Alchemy of Stone, una passione a molla


Un libro bizzarro che mi aveva incuriosito, ho finito per non poter fare a meno di leggerlo. The Alchemy of Stone è la terza opera di Ekaterina Sedia, scrittrice russa che pubblica in inglese.
Lo hanno definito un libro New Weird (genere la cui definizione è abbastanza complessa), a me sembra che il sapore dell'ambientazione sia certamente anche Steampunk, perché vi si fa molto uso di una tecnologia strana, antiquata ma dai risultati prodigiosi, funzionante a vapore e vittoriana, ma comunque potentissima: una tecnologia che diventa elemento fantastico, e non di fantascienza.

The Alchemy of Stone ha come protagonista una macchina, Mattie, un automa emancipato, e uno dei temi portanti del libro è: cosa vuol dire essere non umani ma avere dei sentimenti e dei desideri. Mattie ha cominciato la sua esistenza come domestica, ma con la capacità di pensare; il suo padrone le ha dovuto lasciare uno scampolo di libertà concedendole di abbracciare una professione (quella di alchimista, e questo particolare sarà importante). Mattie vive in un appartamentino sopra una farmacia, cui vende le proprie pozioni e ricette per guadagnarsi da vivere. E' ancora alle prese con la difficoltà di essere accettata e di imparare a muoversi in società, ovvero con gli esseri umani. Esistono automi dalla volontà limitata, senza mente: ma Mattie non si identifica con loro, sebbene in un certo senso quella sia la sua razza.
L'indipendenza di Mattie è molto relativa, perché si tratta pur sempre di un automa che deve essere ricaricato come un burattino a molla (elemento decisamente fiabesco del libro) e la chiave adatta all'opera ce l'ha soltanto il suo creatore, Loharri.

Questo Loharri fa parte dei Tecnici (mia traduzione approssimativa della parola mechanic), presto scopriamo che si tratta di una casta molto potente. Praticamente la grande città in cui è ambientata la storia è adesso governata da loro.
Mentre i Tecnici in genere sono dei tipi piuttosto rigidi, un po' lo stereotipo dell'ingegnere, questo Loharri è un tipo malinconico, bizzarro e triste, dal volto sfregiato. E' un po' estraneo all'ambiente cui appartiene anche se in effetti sembra molto influente. Ha un'amante che cerca di manipolarlo, Iolanda, e la stessa Mattie tende a distaccarsi sempre di più dalle sue morbose attenzioni e desidera avere la propria chiave per poter vivere davvero libera. Lui è molto indulgente (anche se scopriremo che non è uno stupido) ma la chiave non è proprio disposto a cederla.

Qualcosa sull'origine oscura di Loharri la conoscono delle creature silenziose e timide, i Gargoyle; sono esseri di pietra che hanno fatto molto per la città, poiché hanno la capacità di fare assumere alla pietra la forma di palazzi. Ma la scienza dei Tecnici ha fatto passi da gigante e i Gargoyle se ne stanno solitari, malinconici sui tetti dei gloriosi palazzi che hanno cresciuto, esseri antichi e rispettati ma ormai quasi inutili. I Monaci della Pietra si occupano dei Gargoyle per tradizione, ma ormai si tratta di istituzioni dimenticate. Piano piano i Gargoyle stanno scomparendo, la roccia, che è la loro natura, prende il sopravvento ed essi rimangono pietrificati, immobili: muoiono così, e ormai sono rimasti in pochi. Andranno a chiedere l'aiuto di Mattie, chiedendole di trovare un rimedio. La nostra alchimista a molla prova empatia per queste creature senz'anima come lei, e spera di poterle aiutare.

Un altro dei temi portanti è la politica. I Tecnici hanno creato una industrializzazione dalle forme bizzarre ma altrettanto spietata di quella del nostro mondo. Le macchine prevalgono, gli uomini sono scacciati dalle fattorie e costretti a lavorare nelle miniere: esseri umani vengono mostruosamente modificati per renderli più adatti al lavoro che debbono compiere. Dappertutto ci sono miniere di metallo e carbone, e sembra che questo sviluppo non si debba fermare. Una minacciosa polizia munita di brillanti corazze, veicoli e armi da fuoco assicura l'ordine. Esistono però gli oppositori, che hanno dei forti alleati negli Alchimisti, possessori di una scienza un po' fantasiosa e magica, che per esempio crea profumi che sanno di rimpianto, e omuncoli capaci di dominare una persona tramite un elemento legante che le appartenga. Alchimisti e Tecnici hanno una visone politica contrastante e un atteggiamento esistenziale opposto. Il fatto che Mattie sia un'alchimista ovviamente fa nascere un contrasto con il suo creatore.

Una terza forza, che ha mantenuto per molto tempo l'equilibrio impedendo che le differenti visioni del mondo venissero alle mani, sta svanendo. E' la nobiltà, il Duca e i suoi cortigiani (di cui fa parte Iolanda, l'amante di Loharri). Ma il Duca non potrà far molto nell'epoca di disordini che si sta annunciando. Una parte dei suoi cortigiani, come gli annoiati nobili russi di prima del comunismo, amano pescare nel torbido e atteggiarsi a rivoluzionari.

Come ulteriore elemento magico abbiamo il Fumigatore di Anime (mia personalissima traduzione di Soul-Smoker) che ospita dentro di sé gli spiriti dei condannati a morte e i fantasmi che debbono essere scacciati dalle case che infestano. E' un mestiere ingrato, tenersi dentro centinaia di individualità che vogliono ancora parlare, conoscere e relazionarsi. E il Fumigatore è temuto come uno spauracchio, perché un uomo che gli si avvicini troppo potrebbe improvvisamente morire, se la sua anima venisse attirata dalla compagnia e decidesse di sfuggirgli. Mattie dovrà cercare un colloquio con un'alchimista che in precedenza aveva studiato il problema dei Gargoyle (e ora la sua anima è nel corpo del Fumigatore). La nostra fanciulla meccanica non teme nulla (non ce l'ha, un'anima da perdere, no?) ma da questo contatto le verranno un sacco di guai.

Questa è davvero una fantasmagorica ambientazione, come vedete. Ed è solo l'inizio. Cosa scoprirà nelle sue ambiziose opere di alchimia la nostra Mattie? Potrà aiutare i Gargoyle? Avrà la sua parte nei rivolgimenti politici che stanno cominciando? Tra le tante persone che incontrerà nel suo cammino, ci sarà qualcuno che la accetterà e che le sarà veramente amico? qualcuno che dimenticherà che è una macchina e la amerà? Cosa sarà del rapporto con Loharri, il suo dispotico creatore che si trova su un campo politico opposto e la tiene ancora sotto scacco, perché ha la sua chiave sempre con sé?

La storia procede tra il malinconico e speranzoso agire di Mattie e il racconto corale dei Gargoyle. L'autrice usa uno stile molto descrittivo e introspettivo, che dà al libro un qualcosa di triste, solenne, tragico.

La trama delinea le vicende di un mondo complicato anche se gli elementi periferici vengono esplorati con un dettaglio più scarno; non manca di ingenuità o di eccessive semplificazioni a mio parere, nella maniera in cui Mattie si trova sempre al centro delle cose e delle situazioni, e nella facilità con cui riesce ad accedere a persone, scoperte, e così via. Non sto dicendo che questo debba per forza rovinare la lettura, di solito questo tipo di particolari mi saltano all'occhio e li evidenzio anche se, come in questo caso, non mi tolgono necessariamente il gusto di leggere un libro. Vista l'atmosfera fiabesca della storia potrebbero essere irrilevanti.
In effetti ho divorato The Alchemy of Stone in pochi giorni, e devo dire che oltre alla facciata del mondo stranissimo che ci presenta, la trama ha sostanza e forza evocativa: una favola complicata che dà parecchio da pensare.

martedì 3 febbraio 2009

The Ring


Diciamo la verità. I film horror in gran parte fanno ridere, fanno solo schifo, fanno pietà. Qualsiasi idea dura poco, anzi, è buona per una sola volta. La paura non si costruisce mostrando cose spaventose (lo spettatore, o il lettore, sa benissimo di essere al sicuro) ma dosando con parsimonia quello che si vede, lavorando di immedesimazione, di suggestioni. In questo senso anche una sòla pazzesca come The Blair Witch Project ha i suoi momenti, mentre altri film magari validi come trama non ce la fanno a suscitare nemmeno un brivido.

The Ring mi è piaciuto perché, per la prima volta da tanto tempo, aveva un'idea nuova: la morte che arriva con mezzi banali, quotidiani (la videocassetta maledetta, la telefonata misteriosa che annuncia la morte in sette giorni, la TV che si accende da sola, eccetera). E le strane immagini del video, inquietanti, in parte insensate. Riesce a entrare sottopelle e ad essere una minaccia, la prima volta che lo si vede.
Il film si regge tutto sulla trovata originale, di per sé non è un gran che: remake americano (così così) di un film giapponese che non sono riuscito a comparare (perché era ormai svanito l'effetto sorpresa). La protagonista (Naomi Watts) non mi convince particolarmente, direi che è più interessante Samara, la bambina della maledizione (in realtà si vede pochissimo, ma in alcune scene impressionanti). Non mancano il bambino rompiscatole che c'è in quasi tutti i film di avventura e gli adolescenti scemi che sono una pietra miliare dell'horror (per fortuna, ci sono solo all'inizio). Il libro forse meriterebbe; ma gli altri film della serie (Ring 2 e tutti i vari Ringu giapponesi) non li considero molto; nell'horror, purtroppo, le buone idee vanno a segno una volta sola.

domenica 1 febbraio 2009

E' morto Lino Aldani

Non ho mai letto la fantascienza di Lino Aldani, morto il 31 gennaio a Pavia. Sapevo che era stato un esponente piuttosto di rilievo, e per molti anni, ma gli autori di fantascienza italiani di cui ho letto qualcosa si contano sulle dita di una mano...

Avevo comprato però un libro fantasy scritto da Aldani a quattro mani con Daniela Piegai, Nel Segno della Luna Bianca, e per me rimarrà una dimostrazione che essere bravi in un settore non significa sempre potersi avventurare in un altro, perché come fantasy l'ho trovato decisamente scarso.

Spero di aver tempo e occasione di conoscere meglio questo autore. D'altra parte se lo conoscevano e lo rimpiangono anche all'estero, la sua fama se l'era guadagnata.

venerdì 30 gennaio 2009

I Draghi di Earthsea


Concludo la lettura della serie di Earthsea, questa fantastica serie di Ursula Le Guin (i precedenti post erano stati questo e quest'altro...).
Le opinioni non del tutto entusiaste che avevo ricevuto da Illoca fra i commenti del primo post hanno qualche riconoscimento da parte mia leggendo questa seconda parte della saga, due romanzi strettamente correlati (L'Isola del Drago e I Venti di Earthsea) che in parte si riagganciano a La Spiaggia più Lontana, formando un'unica storia di ampio respiro. La trama tratta del rapporto tra umani e draghi e delle tematiche relative alla creazione di Earthsea e ai suoi miti più antichi: storia impegnativa e interessante anche se annegata in trame collaterali e appesantita da una certa lungaggine.

Non mi nascondo che non sono mancati i momenti di noia. Mentre avevo apprezzato il parlare di Fantasy dal punto di vista personale e intimo dei personaggi, così caratteristico della Le Guin, qui non mi è piaciuto come la storia anneghi tanto spesso nel dettaglio insignificante e si soffermi troppo a parlare della quotidianità. Spiacevole. Né più né meno di quelle lunghissime saghe stile Tolkien (pataccaro) in cui qualche scrittore si dilunga a descrivere nel dettaglio tutto quello che fanno i protagonisti.
Non voglio dire che non ci siano momenti di grandezza né che non succeda nulla, ma certo il complimento che avevo fatto ai primi libri di Earthsea dicendo che non c'era alcuna lungaggine non necessaria né "allungamento del brodo," non lo ripeto per questa seconda parte delle serie.

Con tutto questo non voglio scivolare nel giudizio negativo. Nel complesso credo che Earthsea sia fondamentale nel panorama del Fantasy, come ambientazione, come stile innovativo e originale (o se non altro, molto personale), come esempio di una scrittrice che ha voluto inserire tematiche politiche e femministe nella sua opera ed è riuscita a farlo senza scivolare nel becero e nel pesante (complimento che, personalmente, non faccio a Marion Zimmer Bradley, o almeno non estenderei a molta della sua produzione). Non che manchino momenti di critica forte al mondo al maschile, come quello del paragone con la noce (l'uomo di potere, che dentro in realtà è pieno solo di quello: se perde il potere rimane come un guscio vuoto): frase arguta e apprezzabile, anche se oggi come oggi potremmo pensare che tante donne di potere non siano così diverse.

Alla fine della serie emerge come personaggio chiave Tenar, mentre Ged scivola un po' in secondo piano. Con la sua saggezza e la sua forza interiore Tenar riesce ad essere, a mio parere, quella eroina fantastica che tante guerriere in bikini corazzato non sono state. Belli anche i personaggi delle streghe, bislacche, superstiziose e ignoranti, talvolta difficili da tenersi amiche per Tenar, quando ha bisogno di loro, ma che riescono spesso a fare ciò che serve per mettere le cose a posto e risolvere tanti problemi per il meglio. Piacevole il re, personaggio davvero fantasy nella sua rettitudine e forza morale, e simpatica la sua promessa sposa arrivata, coperta di veli, dalle terre degli uomini bianchi (che, bisogna ricordare, qui sono i barbari arretrati, rifilati nella periferia del grande arcipelago).

In conclusione: noia, sì, lo ammetto, ce n'è anche stata. Ma nell'insieme questa serie va conosciuta.

domenica 25 gennaio 2009

Manifest Destiny



Questo gioco da tavolo è stato pubblicato un po' di anni fa dalla GMT Games, ed è incentrato sulla creazione di imperi economici o mercantili in America settentrionale (Stati Uniti e dintorni). L'ho giocato un po' di volte quindi sono sicuro, prima di criticarlo, di averlo almeno capito.
Il problema di Manifest Destiny è che a volte non si capisce cosa stia simulando. E' un gioco economico in cui si cerca (fra tante cose) di prendere il controllo di certe zone geografiche per sfruttarne le risorse. Però ha molte caratteristiche che ricordano i giochi di guerra, compreso il fatto che si attaccano le zone degli altri giocatori (come se alla competizione economica si fossero sostituite... le vie di fatto: e ammetto che nella frontiera qualche volta succedeva anche questo ma vi assicuro che nell'atmosfera di un gioco fondamentalmente economico stona abbastanza). Aggiungiamoci delle regole complicate: c'è tutto un gioco collaterale di "progressi tecnologici" e di "pionieri" che cercano di arrivare a delle "scoperte," insomma si può investire in miglioramenti che possono consentire di muoversi meglio, guadagnare di più e avere tutta una serie di vantaggi (e guadagnare dei bei punti vittoria), ci sono delle carte che permettono di compiere azioni particolari, insomma tutta la pletora di possibilità che ci si aspetta di trovare in giochi di questo tipo.
Solo che il regolamento pare a volte inutilmente complesso, la mappa è una delle più brutte che io abbia visto in tempi recenti... insomma proprio non ci siamo.
Non so se questo gioco ha la traduzione in italiano, e se ce l'ha non ve lo consiglio proprio. Confuso, scarso nel dare al giocatore un "feeling" dell'epoca in cui è ambientato, astratto più di quanto il titolo direbbe ma allo stesso tempo inutilmente complicato, Manifest Destiny è un gioco che non ha per nulla riscosso le mie simpatie.

martedì 20 gennaio 2009

Lasciami Entrare


La moda dei vampiri comincia un po' a rompere ma questo Lasciami Entrare l'ho voluto vedere, anche perché sono abbastanza curioso del cinema dei paesi nordici.
E' un film che potrà piacere o no agli amanti delle budella srotolate per la stanza e del sangue a fiumi. Lo splatter c'è, ma c'è molto altro. Intanto l'ambientazione è piuttosto originale e poi lo stile è quello (che può non piacere) di un certo tipo di film nordeuropei: lunghi silenzi, immobilità dell'inquadratura, scene introspettive. Infine è insolita la storia: Oskar, un dodicenne emarginato (vittima dei bulli) incontra una misteriosa ragazzina, Eli, che si fa vedere solo di notte. Avrete già capito che è una vampira... insomma si sviluppa una ben strana coppia.
Il film è tratto da un libro che era ben più lungo e complesso: e probabilmente nel libro è essenziale (immagino) un particolare che nel film viene riportato in maniera così striminzita da renderlo irrilevante e forse addirittura di disturbo: la giovanissima vampira (se non volete l'anticipazione, saltate la frase...) in realtà è un maschio evirato: prima lo fa capire in una frase che dice a Oskar ("ti piacerei se non fossi una femmina?") poi, ahimé, ci tocca vedere il particolare.

La sete di sangue di Eli si incontra con la repressione e il desiderio di vendetta di Oskar, le scelte che i due attuano sono certamente... discutibili (a dir poco!) ma sembrano quasi giustificate, in un clima di spietata sopravvivenza.

Insomma un film bello e particolare: val la pena di vederlo. Stanno già facendo un remake per il pubblico USA (che non ama vedere i film stranieri, al limite apprezza le idee migliori, ma ricucinate in salsa BBQ). Chissà se la rielaborazione americana sarà meglio: non sono uno di quelli che dicono che il remake americano sia sempre uno schifo ma in questo caso penso che un rifacimento possa solo peggiorare il film.
Comunque sia, complimenti a Lindqvist (che ha scritto il libro) e ad Alfredson (che ha diretto il film).

Che Hari Seldon ci protegga

La Warner Bros e la Fox erano i principali contendenti per aggiudicarsi i diritti cinematografici de La Fondazione di Asimov. Proprio le stesse compagnie che si sono scannate sui diritti di Watchmen. Ebbene, a sorpresa i vincitori sono stati altri: la Columbia Pictures.
Cosa verrà fuori da questa trasposizione? Non sono un grandissimo ammiratore di Asimov, ma un paio di libri fondamentali li ho letti e la trilogia della Fondazione è fra quelli (in verità ho letto fino al quarto o al quinto della serie, ma secondo me non sono all'altezza degli originali tre). Il mio timore è che, essendoci tre o quattro concetti da capire, i produttori decidano che sono troppi, e ne facciano una riduzione da cartone animato. Speriamo di no...

venerdì 16 gennaio 2009

Le Tombe di Atuan

A quanto pare la discussione su Earthsea si è fatta interessante, e nel frattempo ho continuato la mia lettura, con Le Tombe di Atuan e La Spiaggia più Lontana. Per prima cosa devo, almeno in parte, condividere la delusione di Illoca come espressa nei commenti al precedente post: la Spiaggia è in effetti un libro piuttosto lento e pesante, dove la metafora (o la morale, se vogliamo chiamarla così) prevale assolutamente sulla storia. Ci sono momenti belli o solenni, ma questo squilibrio è evidente in una trama che parte con una minaccia da identificare, e con la partenza e il vagare a casaccio di Ged e del principe suo allievo, quasi la Le Guin non sapesse bene dove andare a parare, e si volge verso un obiettivo preciso solo grazie a un Deus ex Machina grande come una casa (un drago che rivela dove devono andare e chi devono combattere), con un finale che non riesce a cogliere di sorpresa perché la morale della storia è già stata sviscerata in maniera addirittura ripetitiva in fin troppe scene in cui i personaggi si parlano (o si pensano) addosso.
Quindi nel mio personalissimo parere rifilo un'insufficienza a La Spiaggia più Lontana; ma torniamo alle Tombe di Atuan. Potrei dire che anche qui dopo le prime pagine non ci sia molto per sorprendersi, ma l'importante non è cosa, ma il come viene raccontato.

Piangeva per lo spreco dei suoi anni, asserviti a un male inutile. Piangeva di dolore, perché era libera. Aveva cominciato ad apprendere il peso della libertà. La libertà è un fardello oneroso, un grande e strano fardello per lo spirito che se l'addossa. Non è agevole. Non è un dono ma una scelta, e la scelta può essere dura. La strada sale, verso la luce: ma il viandante oberato può anche non raggiungerla mai.


Le Tombe di Atuan (saltare per evitare gli spoiler...) è una storia di oppressione e incubo, di dolore e di liberazione. La storia di Tenar che diventa Arha la Divorata, supposta incarnazione di una principessa immortale (un po' come il Dalai Lama, per intenderci) al servizio di divinità della morte e del buio, antiche e crudeli. Arha vive in una specie di monastero malvagio, e impara a muoversi nel buio in un labirinto in cui sono custodite ricchezze incredibili, ma che non serviranno mai a nessuno. Vive di riti vuoti, danzando davanti a un trono su cui non siede nessuno e muovendosi nel buio in gallerie solitarie, si rende conto che attorno a lei l'unica cosa che anima le sacerdotesse recluse è la rassegnazione o la lotta per il potere: un potere astratto, che ad Arha sembra insignificante, ormai morto. Un potere formale crollato nel nulla e dimenticato dai sovrani, che una volta erano solleciti nei confronti del culto delle Tombe e adesso lo ignorano. Situazione claustrofobica e asfissiante, fuori e dentro ai sotterranei, una trappola che avrà la sua imprevedibile via di uscita quando uno straniero (che poi è il mago Ged) penetra nel labirinto ed è fatto prigioniero. Ged rivelerà a Tenar-Arha che in realtà il potere delle Tombe di Atuan esiste davvero... ma soltanto in quel luogo; e la donna non tarderà a completare la presa di coscienza che era già iniziata nei lunghi anni del confinamento, e a desiderare la fuga da quel covo di oscurità e odio.



Orrenda copertina tedesca delle Tombe di Atuan, dove Arha è in versione pupattola con autoreggenti verde smeraldo e coscia di fuori


Il personaggio di Teren-Arha è ben delineato e caratterizzato, meglio dello stesso Ged, forse. Mi sono chiesto se possa essere un esempio di eroina fantasy ben riuscita: da una parte può sembrare il classico esempio della donna vittima, sfruttata e sacrificata per i fini di altri, in realtà impotente e inutile anche là dove dovrebbe essere la somma sacerdotessa, trattata come una bambina dal suo vecchio servitore eunuco e sottratta a tutte le brutture solo per il classico intervento dell'eroe maschio (ovvero Ged, che però nel suo ruolo di mago saggio e filosofo non rappresenta uno stereotipo classico di potere maschile). Dall'altra la sua crescita interiore, la sua presa di posizione contro ciò che rappresenta, il fatto che sia in effetti lei a salvare Ged (in violazione delle regole) all'inizio, poiché il contrario avviene invece quando fuggono, fanno di Teren un personaggio maturo e forte più di quanto potrebbe sembrare, e se non corrisponde allo stereotipo della donna empowered lo ritengo un meraviglioso personaggio femminile. Mi riservo di modificare questa impressione leggendo gli altri romanzi di Earthsea. Per adesso, un applauso a Le Tombe di Atuan.

martedì 13 gennaio 2009

Punto di non Ritorno



Di horror non mi sono ancora occupato in questo blog, e non perché non mi interessi. Ma devo ammettere di essere parecchio schizzinoso per quanto riguarda il genere, insomma non basta un'orda di zombi o qualche mentecatto che m'insegue con la motosega per impressionarmi... Ma all'horror si rifà in verità uno degli autori che amo di più, Lovecraft... perciò prima o poi indagheremo anche su questo genere.

Un misto di fantascienza e horror che mi lasciò spiazzato e addirittura deluso all'inizio, e però nel tempo mi si è incollato nella memoria è il film Punto di non Ritorno di una decina di anni fa: va subito detto che il regista di questa coproduzione anglo-americana (di nome fa Paul Anderson) non è dei più noti e nemmeno gli attori sono di grido, e non ricordo alcuna recitazione eccezionale.
Il film (attenzione, c'è la rivelazione di qualche particolare della trama) parla di una spedizione di soccorso che deve capire cos'è successo alla Event Orizon, una nave spaziale che è andata misteriosamente perduta mentre si trovava ai confini del sistema solare. Il mistero verte anche attorno ad un particolare tipo di propulsione sperimentale capace di curvare lo spaziotempo, un motore che la nave usava per la prima volta (doveva esplorare la stella più vicina).
Che presenza ha chiamato questo misterioso propulsore che piega le leggi della natura? Quali sono le conseguenze sull'equipaggio della nave di soccorso? Cosa era successo all'equipaggio della Event Orizon? C'è un filmato nel diario di bordo ma inizialmente non si riesce a decodificare... Alla fine ovviamente succederanno tante cose molto brutte.

Fantascienza e horror insieme, quindi. Una bella storia, di orrore inquietante, disturbante, claustrofobico. Può risultare sgradevole, e se il regista avesse seguito la sua ispirazione ci sarebbero state molte sequenze orrende in più, ma la produzione lo ha costretto a darsi una regolata. Ovviamente il successo come storia horror si basa proprio sul fatto che riesca veramente a mettere a disagio: se non vi va bene, non guardate questo film. Peccato però per la non sempre convincente interpretazione (a mio parere) dei ruoli principali.

giovedì 8 gennaio 2009

(Off topic) La neve è bella per chi non deve andare in ufficio

Ecco la situazione nel mio quartiere un paio di giorni fa. Oggi ha piovuto, speriamo che le cose migliorino...

martedì 6 gennaio 2009

L'Esercito delle Dodici Scimmie



Le storie che parlano di viaggi nel tempo le ho sempre viste con sospetto: la possibilità che succedano cose paradossali, o la necessità di non farle succedere, rende molto chiaro che con il tempo, questa entità mostruosa che ci porta via tutto, c'è poco da scherzare. La serie del Nuovo Sole di Gene Wolfe è un esempio del genere (i ritorni al passato del protagonista mi hanno lasciato un po' perplesso).
Un altro esempio è il magnifico film di Terry Gilliam, L'Esercito delle Dodici Scimmie, un film difficile da catalogare: è senz'altro fantascienza nell'apparenza, ma la sua solidità "scientifica" lascia molto a desiderare, eppure proprio questo aiuta a rendere accattivante la poetica del film. Gilliam lascia molti aspetti ambigui: compresa la possibilità che il protagonista, Cole, sia pazzo e soffra di allucinazioni. Questa tra l'altro è una possibile spiegazione di alcune assurdità che potrebbero confondere lo spettatore (ma qui non entro nella complessità della cosa).

Per parlare di questo film sottile e ambiguo, bisogna per forza anticiparne la trama e raccontarne un poco di storia (se non conoscete il film correte a vederlo anziché leggere questo post). L'esercito delle Dodici Scimmie è un'incursione nel cinema più convenzionale (ma fino a un certo punto!) da parte del controverso e anticonformista Terry Gilliam, che si è trovato a dirigere un cast di tutto rispetto (Bruce Willis, Brad Pitt e Madeleine Stowe). Per Brad e Bruce è stata una rara occasione di interpretare un ruolo con una vera profondità, perciò immagino che se la siano spassata. Il regista a quanto pare un po' meno, perché ha insistito per fare a modo suo tra i commenti sempre più orripilati dei produttori, convinti che stesse per portare in vita uno dei più bizzarri flop della storia del cinema. Non è stato così per fortuna, per quanto mi ricordo che quando uscii dalla sala dopo averlo visto (oltre 10 anni fa!) udivo i commenti di un sacco di gente che si lamentava di non averci capito nulla... e me la ridevo: non che io sia per i film estremamente cervellotici, ma non amo neanche gli spettatori pigri che stentano a sforzare un minimo l'intelligenza.

Il film si apre con la visione di un futuro oscuro e disperato: una malattia ha costretto l'umanità a sigillarsi in un grande rifugio sotterraneo (immagino che ce ne possano essere diversi in giro per il mondo, ma nella scena iniziale ci troviamo dalla parti di Philadelphia, USA). Il protagonista Cole (Bruce Willis) si trova in un carcere per qualche ignoto crimine, ma viene inviato come "volontario" sulla superficie per portare campioni di forme viventi agli scienziati: essi se ne servono per cercare una cura contro il virus che rende la terra inabitabile.
In seguito, Cole viene mandato nel... passato, mediante una macchina del tempo piuttosto capricciosa, che lo manda in un' epoca sbagliata e non nel 1996 (anno dell'epidemia). Compito di Cole è trovare un esemplare del virus nella sua forma originale (poiché ha subito delle mutazioni in seguito) perciò serve che lo trovi proprio nel periodo in cui venne diffuso. Fermare la malattia prima che nasca è impossibile perché il passato non si può alterare. E uno dei pochi indizi è un messaggio vocale misterioso: la responsabilità del disastro è dell'Esercito delle Dodici Scimmie.

In vari tentativi Cole riesce a mettersi nei guai (finendo in manicomio), fa la conoscenza di Jeffrey (Brad Pitt), un lunatico ecologista fanatico, il cui padre è un celebre virologo (e dal cui laboratorio il virus mortale sta in effetti per fuoriuscire, nelle mani del fanatico dott. Peters). In manicomio la dottoressa Railly (Madeleine Stowe) interroga per la prima volta Cole, credendolo pazzo (e la follia presunta di Cole rimarrà un tema del film). In seguito la dottoressa avrà dubbi sempre più angosciosi, mentre Cole comincerà a credere meno alla sua spedizione (nonostante l'incontro con dei bizzarri personaggi lo convinca che gli scienziati dal futuro lo stanno tenendo sotto controllo).

L'indagine sull'Esercito delle Dodici Scimmie sembra decisiva perché Cole scopre che Jeffrey ne è il capo, ma alla fine non porterà da nessuna parte. La dottoressa Railly e Cole decidono di eclissarsi, non sapendo se la catastrofe ci sarà, ma proprio all'aeroporto incontrano il dottor Peters, e riescono a capire da indizi precedenti che si tratta dell'untore, che sta partendo per diffondere il virus per il mondo. Dal futuro, compare uno dei compagni di cella di Cole e gli consegna una pistola. Cole cerca di fermare il dott. Peters e viene abbattuto dalla sicurezza dell'aeroporto, cadendo mentre un bambino lo guarda: è lui stesso, che aveva più volte ricordato quella scena. Da bambino (prima dell'epidemia) aveva viaggiato da quell'aeroporto e si era visto morire.

Il film è volutamente enigmatico, comunque la sua coerenza scientifica, o meglio fantascientifica, fa acqua. Tenta di evitare il paradosso temporale presentando un ciclo che si chiude in un tempo che rimane inalterato (Cole ha visto la sua morte, e inevitabilmente morirà). Ma il paradosso rimane: la dott. Railly si convince della possibilità che ci sia del vero nella futura minaccia di cui Cole parla, proprio per via di eventi e testimonianze legate ai viaggi nel tempo. Pertanto il tempo non è rimasto inalterato. Il messaggio vocale che accusa l'Esercito delle Dodici Scimmie viene lasciato dalla Railly nella segreteria telefonica messa a disposizione di Cole per poter lasciare messaggi agli scienziati nel futuro (possono monitorarla, chissà come...); tale messaggio viene dato a Cole come indizio per iniziare l'indagine, ma l'indizio è stato costruito a seguito dell'indagine stessa ovvero senza aver conosciuto Cole la dottoressa non lo avrebbe lasciato! E ancora, gli scienziati che controllano Cole dal futuro, loro che dovrebbero sapere se il destino si può cambiare o no con un viaggio nel tempo, spingono il protagonista a tentare disperatamente di fermare l'untore. Oppure vogliono solo togliere Cole di mezzo spingendolo a farsi uccidere dalla polizia. Ma perché?

I viaggi nel tempo, quindi, aprono inevitabilmente dei problemi di logica in una storia. Tuttavia la ricerca che parte da pochi brandelli di informazione, svolta da un uomo solo e sempre più in difficoltà, è uno degli aspetti più emozionanti del film. Il tentativo di cambiare quello che è stato rimane una chiave di lettura interessantissima.
Il tutto, però, si muove nell'atmosfera di follia che rende lecito dubitare di ogni fatto. Cole così potrebbe essere semplicemente un pazzo che crede di venire dal futuro? Ma anche così non si spiegano molti fatti.

Fantascienza o no, con i mille dubbi che pone L'Esercito delle Dodici Scimmie rimane uno dei film più affascinanti che io abbia mai visto. Ancora una volta, non è la storia in sé, ma come la si racconta a fare tutta la differenza.

Una pagina sulle anomalie temporali: si parla, fra tanti argomenti, dell'Esercito delle 12 Scimmie

Un sito dedicato al film.

Un altro sito dedicato a questo film.

venerdì 2 gennaio 2009

Earthsea


La mia lettura natalizia è stata Il Mago di Earthsea, di Ursula Le Guin: il primo romanzo di una fortunata serie, roba di oltre 40 anni fa, ormai. Ho avuto il piacere di leggerlo nella raccolta dell'Editrice Nord, con una copertina, un'illustrazione interna e una mappa molto belle (per la mappa c'è un po' da sforzare la vista, però, e quella che compare qui... è un'altra).
La prima cosa che mi è saltata all'occhio è lo stile. Chi pubblicherebbe la Le Guin, oggi, se si presentasse con questo gioiello del fantasy? Nessuno, perché generalmente compie l'errore più imperdonabile: non usa lo show don't tell, ovvero racconta ciò che i protagonisti fanno e vedono come narratrice esterna alla scena, anziché mostrarcelo all'interno di un'azione dal punto di vista dei personaggi.
Ma, siccome non ho il pallino dello show don't tell a tutti i costi, io ho molto apprezzato il tono epico di questa narrazione affascinante eppure tutto sommato semplice, e l'ambientazione originale: Earthsea è un vasto arcipelago, abitato da popoli piuttosto primitivi con varie caratteristiche culturali e razziali ma che non ricalcano la storia e l'etnografia terrestri. La Le Guin inoltre dimostra con questo romanzo che si può raccontare bene una storia (sia pure, ripeto, di complessità non eccessiva) in sole 150 pagine.
La magia con i suoi caposaldi (la conoscenza del vero nome delle cose e degli esseri viventi, l'uso dell'antica lingua) e le sue varie categorie (illusione, legamento, trasformazione ecc...) mi è parsa molto interessante, è un po' l'aspetto più rilevante di questa ambientazione, stimolante ancora oggi quando su magia e sistemi magici sono state fatte tante elucubrazioni. Meno piacevole per me, la presenza di una scuola di magia con materie e insegnanti ecc... Innanzitutto non è il mio modo di concepire questa scienza che è anche un'arte, in secondo luogo mi rammenta troppo gli innumerevoli autori (successivi, beninteso) che hanno ricalcato la cosa. Il protagonista arriva alla scuola di magia, incontra un ambiente abbastanza amico, ma c'è un altro allievo di origine privilegiata che senza motivo comincia ad angariarlo... un tema scritto e riscritto, talvolta anche bene, però l'ho visto un po' troppe volte (Harry Potter ma anche Il Nome del Vento...). Ma passiamo oltre.
Ged, il nostro ragazzo aspirante mago, viene spinto dal rivale Diaspro (e prima di lui dalla figlia del signore di Re Albi) a esagerare con le sue prodezze di talento naturale, e per questo suo errore di immaturità (che in effetti non suscita molto la mia simpatia) sarà condannato a una sfida che sa di lotta archetipale, primordiale. Bella la battaglia che fa maturare questo ragazzo, belli i viaggi nel mare misterioso e pericoloso, interessante la concezione che non si può compiere, in magia, un'azione senza che abbia delle conseguenze.
Un vero classico, insomma: senz'altro avrei dovuto godermelo prima.