mercoledì 30 settembre 2020

Jade City

Fonda Lee è un'autrice Canadese-Statunitense, ma a vederla non c'è dubbio che sia orientale (cinese?). Il suo grande successo è una serie che inizia con questo libro, Jade City, e prosegue con Jade War, mentre un terzo libro dovrebbe uscire l'anno prossimo (si parla anche di una serie televisiva, e devo dire che questa grande storia corale si adatterebbe bene al formato). 


Storia di mafiosi orientali, in un contesto fantasy che sembra collocato sulla Terra ma in effetti è altrove, Jade City ha vinto il World Fantasy Award nel 2018 ed è arrivato alle finali del Premio Nebula.

Jade City ho appena finito di leggerlo (non in italiano, ovviamente), e mi è piaciuto molto. Fatto che sorprende me per primo. Certamente ho poca simpatia per le storie di mafia, che si tratti di italiani o di qualsiasi altra nazionalità. La magia inserita in questa storia viene usata soprattutto in combattimento, con effetti che ricordano certi filmacci orientali, gente che fa balzi incredibili, o che scaglia lontano il prossimo con il pensiero, che si muove con enorme velocità, e via dicendo. Quando ho letto che l'autrice è una grande appassionata dei film di azione di Hong Kong, non mi sono certamente sorpreso. Ma certo non è quel tipo di azione che io amo vedere, o di cui mi piace leggere.

Perché allora ho apprezzato questo libro?

Il primo motivo è sicuramente la capacità di creare un'ambientazione interessante.

L'azione si svolge prevalentemente a Janloon, capitale di un'isola, Kekon, una nazione indipendente che ha dovuto battersi furiosamente per recuperare la propria libertà dopo un'invasione. Sono menzionati diversi paesi stranieri, fra cui una nazione molto dedita agli affari che mi ricorda gli USA, e che sembra avere una crescente influenza economica e culturale.

Nel mondo del libro siamo a un livello tecnologico tipo anni '60 o '70: ci sono la televisione, le cabine del telefono, le macchine per scrivere, le automobili. Non ci sono i telefoni cellulari e i personal computer.

Kekon è un luogo unico al mondo perché vi si trova la Giada, un minerale che offre gli straordinari poteri cui accennavo prima, e anche altri. La Giada è difficile da padroneggiare, chi ne fa uso senza preparazione impazzisce facilmente, o si suicida. Ma i Kekonesi, e solo loro, possono riuscire, tramite un duro apprendistato, a dominare questo materiale magico. Questi privilegiati sono i Green Bones ("ossa verdi," verdi come la Giada). Li si trova in diverse professioni ma principalmente sono i membri dei clan, con diversi ruoli che ricalcano un po' l'organizzazione della mafia italiana: Fingers, Fists, Horn, Pillar, eccetera. Quindi questi mafiosi sono un po' "picciotti" e un po' samurai.

Quelli che della Giada proprio non riescono a fare uso sono chiamati Stone-Eyes, condizione genetica che è considerata una grande sfortuna. Costoro hanno un piccolo vantaggio: non soffrono gli effetti negativi della Giada e ne possono manipolare in quantità. Uno Stone-Eye che usa questa capacità per infiltrarsi nel territorio di un altro clan e fare la spia viene definito un White Rat. Esistono anche gli Abukei, un'altro popolo che coabita, in condizione di subalternità, nell'isola di Kekon. Fisicamente distinguibili per il volto generalmente rotondo, gli Abukei sono impiegati generalmente per lavori manuali, e fra questi l'estrazione della Giada, perché a loro non nuoce.

La Giada però fa gola anche agli stranieri. Esiste una droga, anch'essa pericolosa e causa di assuefazione, che può consentire a chiunque di usare la Giada senza anni e anni di rigoroso addestramento. Chi usa la droga vive di meno, ma l'attrazione dei poteri della Giada è tale che molti la vogliono, la vogliono assolutamente, e sono disposti a sacrificare diversi anni di vita. E gli eserciti la vogliono per avere dei super-soldati. Soldi stranieri si infiltrano e rovinano gli equilibri tra i clan. Parliamo ora del loro ruolo nel mondo...

I clan nascono dalla frammentazione dell'unico grande gruppo che aveva combattuto la guerra d'indipendenza. Questo li rende popolari, anche se sono un po' come la mafia; la differenza è che in realtà sono praticamente legali. Controllano il territorio, esigono i tributi, sono onnipotenti nella capitale Janloon, anche se la loro presenza è meno invasiva nel resto dell'isola. Lo stato è una monarchia costituzionale, ed esiste un governo, dove i Green Bones per tradizione non entrano, eppure il controllo reale del paese è proprio in mano ai clan. I principali sono i No Peak (i protagonisti principali del libro) e il Mountain Clan.


Questa l'ambientazione (non approfondisco le questioni storiche e religiose, se no sarei troppo lungo). Sono sicuro che qualcuno si sta chiedendo, non proprio a torto, se sono diventato matto, per dire che amo questo libro. Non credo di esserlo diventato, per due motivi. Innanzitutto, i Green Bones di Jade City non sono dei semplici mafiosi, nelle loro sacre tradizioni e nel loro stoicismo c'è qualcosa di più, e questo grazie all'ambientazione che, in parte, li nobilita.

E poi c'è il secondo motivo per cui sono rimasto incollato a questo libro finché non l'ho terminato: la grande capacità di Fonda Lee di animare e far agire i propri personaggi.

Nella famiglia Kaul, che guida il clan dei No Peak, ci sono fratture e divisioni. Il patriarca che fece la guerra di indipendenza è ancora vivo, ma declina nella demenza sempre di più, e nei pochi momenti di lucidità sa soltanto fare critiche distruttive. La nipote Shae, della giovane generazione, ha deciso di lasciare tutta la sua Giada e andare all'estero al seguito di un fidanzato straniero, per trovarsi un titolo di studio e cercare lavoro in una qualche azienda. Dei fratelli di Shae, Lan è l'attuale capo, intelligente ma consapevole di non essere abbastanza autorevole, mentre il giovane Hilo guida le azioni sul "campo" con grande capacità, ma è troppo impulsivo e aggressivo. Gli affari andrebbero bene se le cose continuassero a funzionare come al solito, ma gli equilibri si sono rotti. Il mondo sta cambiando, influenze estranee stanno alterando il gioco dei clan e i loro equilibri. Il clan rivale (Mountain) si sta muovendo nella direzione giusta. I No Peak non se la sentono di abbandonare le tradizioni e sono spiazzati dalla spregiudicatezza degli avversari.

Dopo le minacce e le provocazioni iniziali le cose cominceranno a degenerare. Per quanto non mi sia sentito vicino ai protagonisti, all'inizio, le minacce e le continue prevaricazioni cui devono far fronte creano inevitabilmente una situazione di grandissima tensione; e ho sentito anche la tentazione di simpatizzare per quelli che "hanno subito un torto." Ma non ci sono vittorie facili, e la morte è sempre vicina, basta un attimo o una lama che passa un poco più in qua. Avendo creato delle persone vere e non delle maschere, Fonda Lee è riuscita a suscitare l'interesse del lettore (il mio, in ogni caso) e la voglia di vedere come va a finire. E questo è per me il punto di maggior forza del libro.


Qui potete trovare un articolo con un podcast, in cui Fonda Lee parla del suo "worldbuilding." In inglese, è chiaro.


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