giovedì 3 gennaio 2013

Cloud Atlas

Sei storie concatenate in questo Cloud Atlas, diretto e sceneggiato dai fratelli Wachowski e Torn Tykwer. I primi sono ovviamente arcinoti dai tempi del famigerato Matrix, Tykwer è un regista tedesco a me sconosciuto (ricordo solo che un suo titolo, Lola Corre, aveva raccolto un certo successo). Oltre a uno dei registi tedesca è anche la produzione: si tratta in effetti del primo tentativo di un film dal budget elevato fatto in Germania. La storia è ispirata all'omonimo romanzo dell'inglese David Mitchell.

Non perfetto a mio parere, grande cinema nonostante tutto. Intrigante la commistione delle storie, che vanno dalla metà dell'800 a un lontano futuro post apocalittico ma si intrecciano da una scena all'altra con espedienti che riescono ad avvincere e a prendere di sorpresa. Bella anche la fotografia e la possibilità di mescolare ambienti così diversi: montagne, foreste, mare e cieli sconfinati nella storia ambientata tra sopravvissuti e cannibali del lontano futuro, una storia di amore omosessuale tra artisti negli anni '30, un veliero in mezzo all'oceano, dove viaggia un benestante americano cui capita di salvare la vita a un nero nel tempo dello schiavismo, la California anni '70 come sfondo della lotta di una giornalista contro gli sporchi tiri delle multinazionali del petrolio, un editore che per via di una faida tra fratelli viene chiuso in un ospizio contro la propria volontà (l'ambientazione è l'attuale Inghilterra e questa è la storia che mi è piciuta di più), una Corea futuristica e orwelliana dove un'operaia-clone diventa portavoce per una rivoluzione.

Quindi abbiamo fantascienza, film in costume, dramma, poliziesco e perfino un po' di commedia. Ogni storia è legata da qualche testimonianza (una lettera, un filmato, un personaggio...) alla successiva e le tematiche in qualche modo si ripetono e si rafforzano: le decisioni che le persone devono prendere, decisioni che hanno effetto sia sulla loro personalità che oltre la loro vita stessa. Decidere di battersi per una causa, trovare il coraggio per affrontare una situazione, far prevalere la pace e la gentilezza, restituire un gesto d'aiuto ricevuto dal prossimo, battersi per la libertà e la verità. Comprendere la connessione che c'è tra tutti i viventi (tematica karmica, orientale o new age che in effetti è quello che mi aspetterei dai Wachowski). E poi ci sono i cattivi: assassini, cannibali, multinazionali spietate, regimi dittatoriali, come un eterno ostacolo contro cui gli uomini liberi devono continuamente esercitare la propria volontà di rimanere liberi.



A volte prevale lo stile zuccheroso e predicatore dei fratelli, stile che ho imparato a odiare pur riconoscendo la creatività che trovo nella loro immaginazione; a volte queste storie sono come belle favole a cui vorresti per forza credere.
La cosa sensazionale è la capacità di questo film di tenere lo spettatore continuamente interessato, la grande abilità di un eccellente cast di attori che, grazie a un esteso utilizzo del trucco, ricoprono vari ruoli in varie epoche (l'istrionico Tom Hanks, Halle Berry, Hugo Weaving, Hugh Grant, Susan Sarandon, Jim Broadbent nei panni dell'autore Cavendish, e non ultima la coreana Bae Doona, l'anarchica di Mr Vendetta, qui nel ruolo dell'eroica operaia ribelle).

Coraggioso, visionario e spettacolare, questo film non è difficile da seguire come si potrebbe temere dalle premesse, e la lunghezza non mi è pesata. Nonostante le singole storie non siano necessariamente così significative e contengano qualche semplificazione anche ridicola (parlo di quella ambientata in Corea), ho avuto il piacere di veder nascere un gigantesco affresco che abbraccia un'enormità di spazio e di tempo.



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