sabato 25 aprile 2009

The Spirit


Occasione persa per The Spirit. Il fumetto di Will Eisner mi è sempre piaciuto per cui avevo atteso questo film con trepidazione, salvo poi rimanere di sasso a sapere che veniva marchiato come una sòla terribile a unanime giudizio dei commentatori.

Alla fine l'ho guardato per farmene una ragione di persona. Cosa dire? L'anima scanzonata di questo giustiziere semiserio e donnaiolo è rimasta in qualche battuta e in un paio di scene, ma l'atmosfera generale del film non c'entra per niente. La particolare grafica ispirata all'acclamato Sin City è un'ulteriore stacco dall'atmosfera del fumetto originale, ma se anche volessimo giudicare il film senza alcuna relazione con l'opera a cui è ispirato l'effetto è troppo drammatico, poco efficace. The Spirit non ha i toni esasperati ed estremi di Sin City.
Quanto alla storia, direi senza infamia e senza lode. Tra le varie critiche, ho letto che la trama è inutilmente complessa per questo fumettone, unica accusa che mi sento di smentire: c'è un po' di mistero iniziale ma presto si sa a grandi linee cosa vuole il cattivo del film, e da lì in poi anche se non ci si sforza di seguire la trama (che ha un certo numero di stacchi surreali) la si può... riprendere più avanti con comodo.

Alla fine il film mi ha dato quel minimo di divertimento e di svago ma l'esordio di Frank Miller alla regia m'è parso tutto sommato fallimentare.
La recitazione di Gabriel Macht (quello che interpreta The Spirit) e di Scarlett Johansson (nei panni di Silken Floss, la complice del cattivo) mi è sembrata legnosa e poco convinta qua e là, non so se per demerito loro o per la parte che gli facevano recitare. Eccessivo ed effervescente Samuel L. Jackson (The Octopus, ovvero il cattivo del film), fa il suo dovere e la sua bella figura. Eva Mendes (nel ruolo della ladra Send Saref) è la più valida di uno stuolo di bellone di contorno.

Assente quasi ovunque l'atmosfera del fumetto originale, The Spirit resta un film di avventure di stile tra il poliziesco e il supereroistico, con una quantità di battute pessime e dialoghi che fanno venire il latte alle ginocchia. Eccessive (di durata) anche le sparatorie e scene di combattimento, e pessima la decisione di avere una squadra di cloni nel ruolo degli scagnozzi di Octopus, tutti interpretati da un solo attore che fa un ottimo lavoro nel pronunciare battute idiote esibendosi in un sorriso stupido.
Mi spiace dirlo, ma il risultato finale è da vedere solo se vi capita un paio d'ore in cui non avete nient'altro da fare.

sabato 18 aprile 2009

Oltre l'Umano senza accorgersi

L'Italia non è certo un gran mercato per la fantascienza, purtroppo. E nemmeno per la scienza, probabilmente, visto che le nostre produzioni di pregio, le nostre università e la nostra ricerca stanno scivolando verso l'oblio.
E' però patria di parecchi pensatori e scrittori che ci regalano riflessioni non banali sul futuro: leggetevi ad esempio il numero 108 di Delos Science Fiction che parla del Postumanesimo.

Il superamento dell'umano a opera dello sviluppo tecnologico. Questa è una tematica affascinante, e una con cui bisognerà fare i conti.
Oggi le tendenze della ricerca scientifica rendono la discussione sul Postumanesimo sempre meno immaginaria.
Con mille difficoltà si sperimentano le prime interfacce uomo-macchina e la medicina ha raggiunto risultati insperati nell'inseguimento di una sempre maggiore speranza di vita e nella lotta contro le disabilità. Protesi inserite nel corpo potranno permetterci di sopravvivere, di recuperare funzionalità perdute (ad esempio, i primi esperimenti di recupero della vista, o le protesi di ultima generazione).

La mappatura del genoma umano è la prima tappa di una comprensione sempre più completa del funzionamento del corpo, e le nanotecnologie permetteranno di intervenire su una scala non immaginata prima. Se da una parte la genetica ci ha rivelato che manipolare il vivente non è lavoro semplice (ad esempio può avere le conseguenze più disastrose sopprimere i geni che "comandano" la nostra morte), dall'altro la scoperta delle cellule staminali fa pensare a possibilità di rigenerazione del corpo mai immaginate prima.
Resta, oggi, un baluardo che resiste ancora alla nostra comprensione: si sa che nel cervello avvengono delle scariche elettriche, si disquisisce su quali aree sono addette a quali ruoli, ma gli scienziati non sanno ancora dire come emerge la consapevolezza. Forse un giorno anche pensiero, ricordi, personalità non avranno più misteri.

A parte creare le tanto temute intelligenze artificiali, potremmo essere in grado, in un tempo più o meno lungo, di fare qualsiasi cosa con i nostri corpi.

Ammettiamo che succeda.
Quali potrebbero essere le conseguenze?

La più temuta di tutte
Paralisi sociale dovuta all'immortalità selettiva di alcuni personaggi, ovvero i pochi abbastanza ricchi da potersela permettere.
Trent'anni di Andreotti, di Pippo Baudo, di Raffaella Carrà, Berlusconi. E poi ancora. E ancora, ancora. Intanto tu invecchi, ti ammali e crepi, e il panorama non è cambiato di un millimetro, manco le facce al telegiornale. Capito, no? Tutto occupato, qualsiasi buon posto di lavoro, tutte le carriere e tutto il potere, dagli immortali ed eventualmente dai loro figli e nipoti.
Io non temo molto un effetto del genere. In Italia ce l'abbiamo già, nel senso che le posizioni importanti sono infeudate ormai. Passano rigidamente ai figli o comunque restano nel giro degli amici. Il resto del mondo in parte è così, ma esiste un mondo libero che non accetterebbe una schifezza del genere. Non credo.
Del resto anche da noi, se improvvisamente uscisse la cura che ringiovanisce (costo, dai 500.000 in su), forse la gente che non se lo può permettere (i famosi have not detto in inglese...) si stancherebbe di avere sopra la testa il tappo sociale eterno di quelli che invece sì.

La fine delle malattie
Questa senz'altro potrebbe essere una conseguenza piacevole. Curare le malattie, comprese paralisi, amputazioni eccetera, potrebbe diventare sempre più facile. Per un po' magari applicando delle strane protesi (ma ci si abitua, siamo già pieni di occhiali, lenti a contatto, otturazioni, fratture rimesse insieme con i chiodi e le piastre metalliche, pace makers...).
Alla lunga, probabilmente non sarebbe impossibile ricostruire il corpo, ringiovanirlo, farne qualsiasi cosa. E poi perfino farne a meno, di un corpo.

Dilemma filosofico
L'uomo che può diventare altro da sé. E' davvero giusto che lo faccia? Delle cento paturnie che tormentano la Chiesa, questa almeno la capisco. Se potremo modificare il corpo a piacere allora potremo decidere di essere belli, di avere i figli biondi, o di diventarlo noi stessi se non lo siamo e lo vogliamo essere... Io penso che sia inutile porsi la questione. Se potremo farlo, lo faremo.

Evoluzione autodiretta!
Sarebbe infatti irragionevole decidere di essere limitati. C'è chi si lamenta che l'uomo sia ormai immune all'evoluzione naturale. Dovrebbe essere invece un minimo passo di dignità, non essere forgiati da caldo, freddo, disponibilità di questo o quel cibo, o dal pericolo rappresentato da una bestia che corre più veloce di noi o è più forte.
Però decidere dove e come evolversi (quando avremo una padronanza totale della genetica) può avere strane conseguenze. Se il mio vicino di casa è dotato di zanne come un animale feroce, se scatta da fermo ai cento chilometri orari in sette secondi netti, posso io decidere liberamente di rimanere semplicemente umano? O devo per forza diventare anch'io più potente per non essere schiacciato?
Se tutti diventano più intelligenti grazie a una biotecnologia, chi esercita il proprio diritto a non usarla deve rassegnarsi a rimanere indietro economicamente e socialmente? Insomma, che conseguenze ci possono essere se l'umanità si divide su strade diverse?

Perché rimanere umani?

Se potessimo cambiare radicalmente? Quale remora ce lo impedirebbe? Immaginiamo una biotecnologia che possa permetterci di sostituire il nostro corpo: poter diventare un androide con più memoria, capacità logiche, forza e capacità; senza il bisogno di mangiare tre o quattro volte al giorno, senza le stesse necessità fisiologiche. Be'? Chi me lo fa fare? E invece sì, riflettiamoci. Perché limitarsi ad essere giovani e belli? Perché limitarsi alla propria mente quando si può essere continuamente connessi a un computer? Mangiare può piacere ma è così bello esservi costretti di continuo? Magari con la fatica di dover digerire?
Siamo sicuri di preferire un corpo che suda, puzza, dà continui dolori (lombalgie, contusioni, mal di testa, mestruazioni...)? Siamo sicuri che potendo non ci libereremmo di un corpo che ci impone di far pipì, di defecare e pulirci il didietro? Fermo restando che altre funzioni fisiologiche più piacevoli magari ce le vorremmo tenere, non tutto ciò che è umano è davvero preferibile, al confronto con una vita da ibridi uomo-macchina.

Vita virtuale
Nel momento in cui il pensiero (capacità logiche, memoria ecc...) di una persona fosse completamente gestibile da strumenti artificiali o ibridi, probabilmente potremmo non voler essere nemmeno legati a un corpo, o almeno non sempre. Essere legati a un corpo potrebbe essere più pericoloso che condurre una vita virtuale in qualche sicuro macchinario nascosto in qualche bunker sottoterra.
C'è da chiedersi se questa sorte sarebbe desiderata o no. Forse in un primo momento essere ridotti al virtuale sarebbe una soluzione imposta ai meno abbienti (sempre che nel futuro di cui sto farneticando il denaro abbia ancora un significato). D'altra parte la realtà virtuale, e la possibilità di essere un po' dovunque condividendo i sensi di un'immensa rete-macchina estesa in tutto il mondo, potrebbero essere più gradevoli del muoversi nel mondo fisico. Se non sempre, almeno per una parte del tempo.
Una vita virtuale significherebbe anche una quasi immortalità. Dico quasi perché il nostro pianeta e l'universo stesso non sono eterni.

In conclusione, è possibile intravedere (e supporre che ci si possa arrivare) una tecnologia tale da trasformare definitivamente l'umanità. Non immagino una scomparsa dell'uomo per colpa delle macchine come in certi film di fantascienza. Penso semplicemente che l'uomo inteso come corpo a forma di scimmione spelacchiato, diventerebbe a un certo punto solo uno dei veicoli possibili per la mente, e sicuramente non il più attraente.

Cosa ne penso io?
D'altra parte la mia previsione per il futuro, se proprio devo farne una, è ben diversa. Io credo che la crescente pressione demografica, unita alla fame di risorse, al radicalizzarsi di fedi e credo religiosi, e al deterioramento del suolo (e quindi a un possibile arresto o declino della capacità di produrre cibo, che finora è cresciuta continuamente, a livelli impensabili un secolo fa) porteranno a una durissima contesa per la sopravvivenza. E alla guerra, per farla breve. Su una scala più vasta di quanto la si limiti oggi. Io non credo molto alla guerra atomica intesa nel senso che due stati si svegliano una mattina e cominciano a darsele di santa ragione (non c'è proprio niente da guadagnarci) ma temo molto la diffusione di queste armi in mano di anonimi terroristi e despoti pazzoidi (gli USA sono arroganti a dire che certi stati non devono avere tecnologia nucleare? Sì, ma certi stati è meglio che non ce l'abbiano). Potremmo perderci il paradiso delle biotecnologie e finire in un pessimo medioevo.

Ma spero tanto di sbagliarmi.

martedì 14 aprile 2009

Una riflessione su Katje

Katje è la protagonista di Graceling di Kristin Cashore. Ho letto il libro e spero che presto esca la mia recensione, magari in un secondo momento ne parlerò anche qui.
Tenuto conto che il genere non è proprio adattissimo a me (fantasy rosa, e per ragazzi) posso dire che si tratta di una lettura facile (scritta e tradotta con grande attenzione alla scorrevolezza) che dovrebbe piacere al pubblico a cui è destinata. Mi sembra che ci sia un certo clamore dietro a questo libro, insomma che venga lanciato con delle aspettative abbastanza forti: a mio modesto parere si dovrebbe puntare su un veicolo migliore perché non mi pare che Graceling abbia le qualità per sfondare e piacere a tutte le età. Intendiamoci, c'è un buon 50 % di probabilità che mi sbagli: pensavo la stessa cosa di Nihal della Terra del Vento, prima che un mio collega cinquantenne mi dicesse che ha letto tutta la Troisi-trilogia in un fiato! e per giunta contendendosi i libri con il fratello camionista. Da allora cerco di immaginare la scena.
Comunque Graceling mi sembra veramente troppo zuccheroso e ingenuo, sotto questo aspetto inferiore al libro della Troisi che pure non è al top della mia considerazione: vedremo chi ha ragione.
Nel frattempo per tornare all'argomento del post, ho sottoposto la protagonista Katje al Mary Sue Litmus Test per vedere quanto è esagerata sta ragazzina che spacca il c*** a tutti. Non ho voluto infierire, eppure sono arrivato senza fatica a un punteggio di 48 (teniamo conto che ai 50 la scala esplode). Forse nemmeno Elric di Melnibone.

sabato 11 aprile 2009

Underworld Evolution


Proseguendo nella serie di questi film vampireschi ho avuto una piacevole sorpresa: Underworld Evolution è molto più sensato, divertente e avvincente del suo predecessore.
Anche gli effetti speciali mi sono sembrati più validi (purtroppo per quello che ho potuto vedere il successivo film Rise of the Lycans, che fa da prequel ai primi due, sembra essere un po' tornato indietro).

La storia del film esordisce con un tuffo nel passato dove viene spiegato un altro frammento dell'origine di vampiri e licantropi, e delle nefandezze e giochi di potere che cominciarono fin da allora (nel medioevo) e hanno ancora effetto durante gli eventi narrati nel film.
Ci si riaggancia poi agli eventi del primo Underworld con la fuga di Selene e Michael (primo esemplare di una nuova razza ibrida di licantropi) inseguiti da Marcus (Tony Curran), uno dei progenitori della razza dei vampiri, che ha eliminato il traditore Kraven (protagonista di molte gesta poco esemplari nel film precedente). La storia d'amore fra Selene e Michael finalmente prende forma (è solo accennata nel primo film); quanto alla spettacolarità bisogna dire che Marcus che se ne svolazza in giro in forma di vampiro fa decisamente la sua porca figura. Oltre ad essere in grado di beccarsi una quantità di colpi di armi automatiche senza battere ciglio o quasi.

Selene trova l'antenato di tutti i vampiri e mutantropi, Alexander Corvinus (interpretato da Derek Jacobi), e corre da lui per cercare aiuto contro Marcus ma i loro guai sono appena iniziati... e da qui nasceranno altre avventure.

Senza voler certo gridare al miracolo ho trovato Underworld Evolution un buon film d'intrattenimento, e forse è uno tra i più riusciti (assieme a Van Helsing, magari) di un genere che non ha prodotto certo dei capolavori.
Ancora devo trovare la voglia e il tempo di guardarmi Twilight, comunque.

Le mie impressioni sul primo Underworld le trovate qui.

mercoledì 8 aprile 2009

L'altro padre del gioco di ruolo

Dave Arneson è l'altro padre del gioco di ruolo. Un padre piuttosto casinaro ma fantasioso, che forse ammiro più dell'altro, il maggiormente famoso Gary Gygax.
Mentre Gygax è stato l'uomo capace di scrivere regole, organizzare il gioco di ruolo in un sistema coerente, e di commercializzarlo, Arneson fu quello che mosse i primi passi nel concetto vero e proprio di interpretazione nel GDR, là dove Gygax si era limitato a scrivere un sistema di combattimento per miniature.
Ovviamente se una scoperta interessante ha due padri c'è da litigare, e Dave Arneson litigò con Gygax. I due si riappacificarono dopo una contesa legale (e non sappiamo quanto costò a Gygax la buonuscita per rimanere padrone incontrastato di D&D, ruolo che comunque finì per perdere più avanti). Dave Arneson continuò a definirsi il padre del gioco di ruolo, e ad avere la sua parte di ragioni per farlo.
Ora anche lui sta vivendo gli ultimi giorni della sua vita, perché in ospedale gli danno poche speranze. Così a un anno di distanza dalla morte di Gygax, il gioco di ruolo sta per perdere anche il secondo padre.


AGGIORNAMENTO: Dave Arneson è morto martedì notte, in effetti prima della pubblicazione di questo post.

martedì 7 aprile 2009

E' andata buca!



Il Premio Odissea finalmente ha i suoi vincitori (la Delos Books ha deciso per una vittoria a pari merito), e il libro con cui ho partecipato, dal titolo provvisorio Magia e Sangue non è fra essi.
Hanno vinto due autori già premiati e pubblicati, segno che la competizione è stata molto forte. Mi rimane la soddisfazione di essere arrivato tra i finalisti, segno che il mio libro proprio bruttissimo non era.
Cosa fare del bistrattato Magia e Sangue? Mo' vediamo...

sabato 4 aprile 2009

Off Topic: Come andrà a finire?

Non credo molto nella possibilità di una psicostoria come quella di Hari Seldon (per capire cos'è, vi tocca leggere Asimov) ma se la produzione di mondi immaginari più qualche lettura di storia possono illudere di avere un mezzo per interpretare le dinamiche della realtà e azzardare qualche idea sul futuro possibile, allora dovrei cercare di dire la mia sulla pesante crisi economica in corso. Non penso di essere un profeta con un grande pubblico che aspetta le mie pronunciazioni. Lo faccio per capire di che morte devo morire; se vi interessa, il risultato delle mie meditazioni eccolo qua.

Cominciamo da qualche banalità: la crisi non viene dal nulla, ma da una politica economica perseguita (qui in occidente) per molti anni da una minoranza che aveva tutto da guadagnarci, a scapito di una maggioranza che si è fatta convincere che il mondo stesse andando nel miglior modo possibile.

Di punto in bianco i deficit di democrazia che avevano reso certi paesi paria della comunità mondiale sembrarono aver perso significato ed è cominciata quella corsa alla globalizzazione che ha messo alle corde i lavoratori occidentali (europei, giapponesi, USA) che si son trovati in un mondo che ha tanta voglia di vender loro prodotti a basso costo, ma ha perso la voglia di pagare i loro ricchi salari di un tempo. Scomparsa della classe media, delocalizzazione delle produzioni... ne avrete già sentito parlare. Nel frattempo i paesi non democratici che hanno tratto beneficio dalla globalizzazione cominciano a far scuola, con il loro modello di capitalismo autoritario che credo susciti molte tentazioni in quelle parti del mondo dove ci eravamo illusi di aver raggiunto dei minimi di decenza una volta per tutte.

L'occidente si è retto sulla finanza. Ha dissimulato i suoi debiti, ha comprato a credito un breve prolungamento del proprio benessere. Ma la finanza non ha patria, può spostarsi dove vuole, e forse domani sceglierà pascoli più verdi.
Per un po' è andata avanti l'ultima truffa con i prestiti facili, subito trasformati in una bomba pronta per essere rivenduta al primo sprovveduto, un comportamento indecente ma che non era affatto inevitabile (dopo tanti scandali finanziari da Enron in poi, era lampante la necessità di tenere d'occhio i furbetti della finanza creativa). Gli antichi vizi si sono rinnovati con le incredibili decisioni dei consigli di amministrazione, che si mettono in tasca come bonus i sussidi statali versati per salvare la situazione. Ora penso che la misura sia colma, ma ci troviamo nella situazione di chi sta cadendo dal decimo piano: aspettiamo di farci male, sappiamo che ci faremo male, possiamo solo chiederci quanto.

Se le generose iniezioni di capitale eviteranno il patatrac del sistema, tireremo un sospiro di sollievo, ma poi ci dovremo domandare: da chi viene questa marea di denaro che ha pagato i debiti contratti dalla finanza allegra?
La risposta è chiara: sono soldi statali perciò li dovremo tirar fuori noi (se fate parte della nutrita schiera degli evasori fiscali, potete metter qui la vostra fragorosa risata).

E' facile prevedere che ci sarà un calo del benessere, una maggior pressione fiscale sul lungo periodo e/o un netto rallentamento dei consumi. E con esso, un'ancora più difficile ripresa produttiva. Dal momento che nei paesi avvantaggiati dalla globalizzazione non si è creato un vero e proprio ceto di consumatori, non verremo salvati improvvisamente dall'uomo giallo che si mette a importare i nostri costosi prodotti.
Piuttosto, molti paesi stanno aumentando le spese militari a dismisura, e il calo dell'influenza USA nel mondo potrebbe far comparire nuovi protagonisti (in parte sta già accadendo). Chissà, forse avremo nostalgia degli Amerikani?

E intanto molta gente diventerà sempre più indigente qui da noi, e scoppierà per prima cosa la guerra fra poveri: l'europeo (o lo statunitense) povero contro l'immigrato ancora più povero. Botte da orbi, probabilmente. Potrebbe scomparire il problema dell'immigrazione?

Ma non succederà solo quello. Già adesso i dipendenti in aria di licenziamento hanno scoperto l'acre soddisfazione di sequestrare per qualche ora, goliardicamente, i manager delle loro aziende. Domani orde di disoccupati potranno estendere questi passatempi, e chi gongolava per la debacle della sinistra (bella forza, con una classe dirigente di deficienti come quella attuale, dove vuoi andare?) potrebbe tornare a strillare davanti al PERICOLO ROSSO.

I rimedi, si sa, si trovano. Sempre meno libertà, sempre più repressione, e magari come ricetta per i paesi più bisognosi (tra cui probabilmente il nostro) arriverà la tentazione dei regimi dittatoriali.

Scrittori di fantascienza: un bello spunto per chi voglia pensarci su! C'è la possibilità di ambientare, tra dieci, quindici anni, il nuovo La Svastica sul Sole.
O magari l'ennesima puntata dell'Arcipelago Gulag?

Ma temo che probabilmente non ho detto nulla che la maggior parte di voi non abbia già pensato.

mercoledì 1 aprile 2009

Le Sette Gemme


La capacità di espressione, la maturità e l'equilibrio di Andrea d'Angelo le conoscevo dai suoi interventi sulle pagine di forum e blog, ma non avevo letto nessuno dei suoi libri.
Con Le Sette Gemme ho incominciato, ma poiché sapevo che è il suo esordio sapevo che avrei rischiato la delusione. E in effetti in parte è stato così, anche se la capacità di gestire una trama complessa in questo libro c'è già tutta. I punti di vista di buoni e cattivi sono ugualmente degni di attenzione, le ragioni di tutti vengono esplorate, e questo rende molto più interessante una storia che superficialmente potrebbe essere letta come una ripetizione di temi canonici del fantasy. E' vero che vi sono il bene e il male a confronto, ma i toni non sono manichei e in bianco e nero come succede così spesso nel fantasy più tradizionale e nell'epic fantasy.

Altri aspetti però non hanno funzionato, a mio parere. Il tipo di storia fin dal titolo ci richiama alla classica cerca di uno o più oggetti dall'importanza fatale per i destini del mondo. Tema senza tempo, ma molto abusato, avrei sperato in qualche valido scatto di fantasia in più, per dargli maggior sapore. E qui è difficile dare un giudizio prima di aver completato la lettura della trilogia, sta di fatto che (per quel che posso dire avendo letto il primo libro) la rivelazione della missione, l'oscuro messaggio da interpretare per capire l'identità di coloro che sono chiamati all'impresa, e le discussioni (ahimé, verbose) tra costoro, m'hanno fatto stentare a ingranare la lettura e a seguire lo svolgersi della prima parte del viaggio. Per fortuna anche gli avversari stanno facendo le loro mosse, restituendo vitalità alla narrazione.

Più oggettivo, forse, lo scarso approfondimento dei personaggi, che talvolta rivelano aspetti caricaturali: ad esempio ce n'è uno che fa obiezioni e litiga per partito preso. Non è che sia poco realistico, chiunque sia andato in vacanza con un folto gruppo di amici e conoscenti avrà incontrato il rompiscatole che si comporta così, ma l'insistenza su questo singolo aspetto mi ha fatto rapidamente perdere la pazienza. Anche meno definiti gli altri eroi a parte quello che fa da mente del gruppo e che praticamente, sia pur con discussioni e litigate, guida la spedizione; ma il leader (SPOILER!) ad un certo punto del libro ci lascia inaspettatamente la pelle: questa trovata spiazzante va molto incontro ai miei gusti, mi è piaciuta, ma diventa problematica perché i superstiti hanno poco spessore.
E' un po' strano ma nelle Sette Gemme certi "cattivi" sono riusciti meglio, come personaggi, di tutti gli appartenenti alla compagnia viaggiante dei protagonisti. Umani nelle loro motivazioni e speranze, anche nei loro difetti, piuttosto ben tratteggiati (ma generalmente destinati a una sorte sventurata), sono uno degli aspetti del libro che ricorderò di più.

Ultima notazione, personalissima: l'uso frequente di un vocabolario troppo moderno per un mondo poco tecnologico come quello della storia non mi è parso utile, e ha rovinato un po' il feeling della lettura. Ma non sono nemmeno un patito del linguaggio pomposo ed aulico, del resto. (Vedasi l'articolo dove spiego la mia opinione in merito)

Morale, avevo già letto che questa trilogia non mostra pienamente le capacità dell'autore: per quello che posso dire avendo letto il primo libro, penso che sia vero anche se ho apprezzato ritmo narrativo, varietà di azione e di personaggi, complessità di trama e di ambientazione. L'opera più matura di D'Angelo è generalmente ritenuta La Rocca dei Silenzi, un libro uscito diversi anni dopo Le Sette Gemme: probabilmente dovrò ripartire da qui.